Il demone di Laplace

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Regina “mangia” pedone

La compiuta fascinazione di un’opera come Il demone di Laplace – secondo lungometraggio di Giordano Giulivi ad una decade esatta di distanza dal fantascientifico Apollo 54 – risiede tutta nel contrasto, voluto ed affatto stridente, tra forma e contenuto. Omaggio cinefilo e modernità di pensiero si fondono dunque in una sorta di coacervo indistinguibile, venendo così a creare un oggetto cinematografico insolito e proprio per tale motivo altamente interessante.
Le apparenze ci conducono alle amatissime produzioni targate Val Lewton per la celeberrima RKO Pictures tra gli anni quaranta e cinquanta. Ambientazione tipica, cioè una villa misteriosa situata in un’isola in pieno oceano. Esperimenti scientifici fuori controllo. Il tutto servito in un fulgido bianco e nero splendidamente fotografato da Ferdinando D’Urbano. Di primo acchito, da tali premesse logistiche e narrative, ritornano alla mente lungometraggi dall’attrazione immarcescibile come appunto L’uomo leopardo di Jacques Tourneur (1943) e Il vampiro dell’isola di Mark Robson (1945), non a caso entrambe produzioni di Lewton per RKO. E già così si potrebbe definire Il demone di Laplace un recupero “archeologico” formalmente impeccabile. Ma Giulivi non si accontenta certo di questo. O almeno non solamente di ciò. Perché il suo film contiene un nucleo morale attualissimo e spiazzante, che guarda alle teorie del matematico francese Pierre Simon Laplace – vissuto a cavallo tra settecento e ottocento – rielaborandole a proprio modo allo scopo di creare genuina suspense. Ecco allora i personaggi del film venire coinvolti loro malgrado in un radicale e definitivo test sulla prevenzione dei comportamenti umani, sulla lettura futura da parte di essi attraverso elaborate formule matematiche. Un assunto talmente carico di suggestioni e chiavi di interpretazioni che non può non ricordare un’operazione per molti versi affine come la folgorante opera d’esordio di Darren Aronofsky Pi greco – Il teorema del delirio (1998). In quell’opera il personaggio principale tentava di decifrare l’andamento borsistico tramite le formule del matematico italiano Leonardo Fibonacci; qui l’obiettivo è, se possibile, ancora più alto: la conoscenza del singolo individuo mediante la cognizione anticipata dei suoi comportamenti. Una follia esplicitata nella messa in scena di un meccanismo giallo “ad eliminazione” in tutto e per tutto degno di Agatha Christie, mutuato su un’ipotetica versione perversa del gioco degli scacchi. Arricchito peraltro da trovate geniali come il vhs “interattivo” (vedere per credere!) dall’inquietudine molto lynchiana. Esaltando inoltre un messaggio morale piuttosto evidente in entrambe le opere: spingersi oltre il limite senza il freno del buon senso può solo condurre a conseguenze drammatiche. E l’epilogo de Il demone di Laplace – di tenore ben differente da quello del film di Aronofsky – sta lì a dimostrarlo.
In sostanza Il demone di Laplace è un lungometraggio di genere – essenzialmente thriller, con sporadiche puntate nell’horror del tutto privo di effetti splatter – capace di far dimenticare le ristrettezze del budget in favore di un ammirevole coerenza stilistica. Ogni comparto tecnico, dalla regia alla recitazione, risulta essere perfettamente calibrato al risultato finale. Dando vita ad un prodotto solo in teoria forse di nicchia che al contrario meriterebbe di varcare la fatidica soglia d’accesso verso un pubblico assai più ampio. Consuete problematiche di un cinema nostrano che comunque, a gettare la simbolica spugna, non ci pensa affatto. E fa benissimo.

Daniele De Angelis

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