La natura ci parla
Tra l’ottobre e il novembre 2018 una forte tempesta si è abbattuta sul nord-est italiano: l’uragano Vaia ha colpito come mai prima l’ambiente delle Dolomiti e delle Prealpi Venete, le stime contano l’abbattimento di circa 14 mila alberi. Questo disastro ha reso possibile il diffondersi del bostrico, un minuscolo insetto che si nutre dell’abbondante quantità di alberi abbattuti, che ha moltiplicato la sua azione anche sugli abeti del bosco: in seguito alla particolare siccità e allo stress di piogge della stagioni del 2022, oggi è presente un’epidemia di bostrico, che minaccia tutta la foresta, a sei anni dalla tempesta. Proprio in quei luoghi, per la precisione a Costa Bocche (Paneveggio, TN), in Val di Fiemme, che si incontrano i due scienziati protagonisti de Il codice del bosco, che dopo la presentazione tra gli eventi speciali del 73° Trento Film Festival è atteso da tour nelle sale a partire dal 5 maggio 2025 con OpenDDB.
Nel documentario, firmato a quattro mani da Alessandro Bernard e Paolo Ceretto, quegli scenari diventano il “palcoscenico” di un esperimento visionario, del quale la pellicola in questione si fa testimonianza e veicolo di diffusione. A portarlo avanti sono Alessandro Chiolerio e Monica Gagliano. Il primo è uno scienziato e alchimista del futuro che prova a captare i segnali segreti della foresta per decifrare il linguaggio vegetale. La seconda è Monica Gagliano, ecologa ispirata dalle conoscenze degli sciamani, che a sua volta cerca di instaurare un dialogo profondo con il bosco ferito. Il loro scopo comune, nonché oggetto dell’esperimento di cui sopra, è quello di entrare in contatto con questo habitat, tra tronchi spezzati e radici capovolte, dove avanza inesorabile il minuscolo ospite a vista d’occhio, flagello degli alberi, che incide sotto la corteccia intricati segni come geroglifici da decifrare. Un linguaggio sconosciuto che sembra alludere a un mistero ancora da svelare. Tra nuove ipotesi scientifiche, antichi saperi e connessioni invisibili da esplorare, il film ci porta in un viaggio affascinante alla ricerca di un nuovo modo di vedere e vivere il nostro rapporto con la natura.
La macchina da presa degli autori cattura con il rigore e l’attenzione dell’osservazione le fasi di quello che inizialmente e sulla carta doveva essere il resoconto lineare di un esperimento, cambia strada facendo diventando un’esperienza inattesa condivisa con gli scienziati, che ci ha rivelato il vero cuore del processo scientifico: un viaggio fatto di ipotesi, errori e scoperte, dove pianificazione e imprevisti si intrecciano. Ed è questa mutazione “genetica” del e nel progetto e di riflesso del e nel racconto a rappresentare il punto di forza e d’interesse de Il codice del bosco, un’opera che nel proprio DNA mescola scienza, tecnologia e mito senza soluzione di continuità. La bellezza del lavoro sta in questa capacità dei registi, che già avevano collaborato in passato a progetti incentrati su temi affini e dal peso specifico rilevante (tra cui Waste Mandala), di farli coesistere e completare a vicenda. Il risultato si rivolge a tutti, ma a conti fatti non è per tutti, poiché richiede un certo livello di attenzione e predisposizione nei confronti delle tematiche affrontate e del modo in cui queste vengono trattate. Il ché potrebbe costituire un limite dal punto di vista della fruizione, ma solo per coloro che non nutrono nessun tipo di interesse nei confronti di argomentazioni tanto universali quanto affascinanti, approcciate da Bernard e Ceretto con il gusto della scoperta da un lato e dal desiderio divulgativo dall’altro. I due aspetti non entrano però mai in rotta di collisione, ne si fagocitano per sottrarre spazio all’altro. Il contrario probabilmente avrebbe creato uno squilibrio e una disarmonia interna. L’equilibrio regna sovrano in tal senso ed è grazie ad esso che il film regge per tutti i suoi 90 minuti.
Ma al di là della mission, condivisibile o no, l’occhio vuole la sua parte con la cinepresa che regala immagini e panorami di struggente bellezza e potenza evocativa, pure quando le condizioni meteorologiche non aiutano e il bosco mostra le sue “cicatrici”.Potenza, questa, che arriva allo spettatore di turno anche attraverso il notevolissimo lavoro di sound design che rende la fruizione un’esperienza immersiva, tridimensionalmente spaziale e avvolgente. Esperienza che però necessità di una sala e di un impianto audio degno di nota per essere vissuta appieno. Ascoltare per credere.
Francesco Del Grosso









