Il caso Braibanti

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Opera necessaria su un processo alla libertà

Vita, processi e morte di uno stra-ordinario intellettuale italiano, Aldo Braibanti. Uomo e artista, genio mite e idealista fuori norma, in ogni campo dello scibile e del sociale umano. Protagonista di un processo-farsa, unico in Europa trincerato dietro l’accusa di “plagio” sul suo compagno Giovanni Sanfratello. Condannato nel 1969 a nove anni di carcere mentre il suo giovane amore veniva torturato in ospedale psichiatrico. Un processo senza crimini e solo accuse, contro l’omosessualità eversiva di un uomo pericoloso per lo status quo coevo.

Eresia, martirio, riscoperta. Un appassionato, scientifico, “classico”, magistrale esempio di cinema documentaristico che coglie la doverosa occasione di raccontare un uomo intellettuale artista la cui opera ed esperienza non ha tempo. Aldo Baribanti, colui che oggi viene ricordato (se ricordato) come il “caso” prima che come il rivoluzionario filosofo, autore teatrale, sociologo, poeta, artista visivo, cineasta sperimentale, partigiano… Il caso che attraversò come fiume di lava il Bel Paese rintronato tra proteste e propagande terrorismi ed espansionismi post boom.
I registi e autori Giardina e Palmese con autorevolezza, semplicità, passione e limpida analisi, ritraggono un uomo e un paese attraverso epoche, misfatti, ricordi, dolore, bellezza, decadenza, illuminazione e disincanto, con Il caso Braibanti. Proiettato e premiato al V-Art Film Festival (una partecipatissima edizione streaming 2020), diretto da Giovanni Coda, “per aver raccontato con dedizione e coraggio una storia umana e culturale che doveva essere ricordata. Per la coerenza e l’etica del lavoro espresso in un’opera che contrasta l’oscurantismo della cultura ‘condivisa’ e dei suoi stereotipi, a favore dell’informazione neutrale e della solidarietà. Per aver illuminato e ricordato una vicenda che riguarda i diritti più sacri e il “più sacro” di tutti: quello alla libertà“.
Un processo che spacca(va) l’Italia. Oggi dimenticato dalla stessa Italia. Non più attraversata da manifestazioni pacifiche di masse innamorate della cultura libera e della cultura nuova, bensì da file per i nuovi maxi store dei nuovi maxi centri commerciali. L’Italia dei decreti lampo, dei ricoveri disfunzionali, della politica anti progresso e della cultura disinformante. Un paese di distopia mostruosa, angosciante e stolta, che oblitera i processi sociali generativi, le brecce vitali nel torpore intellettuale e nel camuffato regime politico-finanziario. L’Italia che ai messia culturali preferisci quelli instagrammati o instagrammabili, che importa che culturalmente rilevanti per nutrire l’asfissia culturale che ci debilita, peggio di qualsiasi virus?
Giardina e Palmese ripercorrono biografia e tasselli processuali in tandem, metodici, potenti, con un’eleganza sorprendentemente nitida tra racconto diretto, materiale di repertorio e la ricostruzione vibrante delle parole e dei gesti tratti dallo spettacolo teatrale dedicato al processo. Dentro il fiume emozionale e attento dei ricordi del nipote Ferruccio, le voci di chi espresse incondizionato solidarietà a Braibanti, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Elsa Morante, “che non dormiva” sapendo Braibanti e Sanfratello in tale agonia reale e mediatica. E poi le memorie di amici e collaboratori, come il celebre attore Lou Castel, che riconosce a Braibanti non solo l’unicità e importanza dello sperimentalismo teatrale ma anche cinematografico e l’inedita e pionieristica, quanto prolifica ricerca-commistione tra teatro di neo avanguardia e cinema.

Un documentario necessario in questo mondo fatto di oblio, calunnia e intolleranza opportunista. Un film che dovrebbe (in)formare le generazioni di oggi ieri e domani, narrando la complessa quanto ricchissima personalità e opera di un intellettuale irripetibile, che combatté contro fascisti e fascismi e contro ogni uomo e sistema negazionista di libertà, fino alla sua morte nel 2014.
Un lavoro che fa emergere l’ipocrisia lacerante di un processo all’omosessualità e allo stile di vita fuori dai confini ben marchiati della cattoborghesia di ieri come di oggi. Un processo che voleva minare la rivoluzione colpendone un membro “debole”, non classificabile, innovatore ex partigiano fuori dai radar del perbenismo moralmente accettabile. Un evento epocale oggi negletto, impolverato eppure ancora urlante, che è esso stesso scandalo per un Paese che si pretenda democratico che invece oggi come allora, incancrenisce nel proprio oscurantismo retrogrado, nella dittatura degli eguali contro i diversi.
Contro i sovversivi che portano idee inaccettabili spesso proprio contro quel sistema feudalmente capitalistico, razzista e classista che ingabbia, imbavaglia e riconverte quelle idee sotto mentite spoglie social, pubblicitarie, politicamente assoldate alla necessità del momento: libertà e cultura.

Sarah Panatta

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