I vichinghi (1958)

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Nati sotto il segno di Odino

Dopo esser salpati col nostro “drakkar”, siamo approdati incolumi e ancora combattivi al secondo step del nostro cineforum norreno, ribattezzato CINETING. Si inaugura, insomma, quel particolare filone della rassegna che ci vedrà alle prese con una serie di film ispirati (con tutte le libertà narrative del caso, è ovvio) a fatti storici concreti, risalenti alla cosiddetta Era Vichinga. E per intraprendere il discorso nel migliore dei modi, abbiamo scelto un incipit cinematografico di tutto rispetto: I vichinghi di Richard Fleischer. Quello interpretato da Kirk Douglas e Tony Curtis può essere considerato a buon diritto un “classico” degli anni ’50. Allo stesso tempo ci dice molto sia degli sforzi produttivi e degli elementi che caratterizzavano all’epoca un buon film in costume, sia delle personali inclinazioni di un validissimo mestierante come Richard Fleischer. Del suo percorso registico quanto mai vario, persino pittoresco a volte, si ricordano con particolare piacere le abbastanza frequenti incursioni nel cinema fantastico, di cui sono proprio il ritmo dell’azione e la predisposizione per ambienti bizzarri, inconsueti, a farsi apprezzare di più. Qualche esempio di tutto ciò? Innanzitutto l’immaginifica avventura di Viaggio allucinante (1966), coi suoi protagonisti disposti a rimpicciolirsi, in modo tale da affrontare incredibili peripezie all’interno del corpo umano. Oppure il seguito della saga di Conan, ossia Conan il distruttore (1984).

Nel film di cui vi parliamo ora, I vichinghi, convergono senz’altro molte delle prerogative più popolari dell’epoca: il taglio avventuroso è particolarmente accentuato, al punto di convogliare nella trama navi che salpano per compiere razzie, abbordaggi, scontri fisici con lanci di ascia, piccoli abbordaggi e quant’altro. Un po’ come in qualche film di pirati più o meno coevo. Ma, a margine di questo racconto cinematografico che (al pari di certi film storico/mitologici che diventeranno sempre più popolari, come quelli di ambientazione greca e romana, da cui il peplum nostrano) punta deciso a duelli formidabili e miracolose agnizioni dei personaggi (vedi il personaggio di Tony Curtis, lo schiavo il cui misterioso rapporto con gli altri protagonisti della storia e con lo stesso popolo vichingo risulta celato a molti, quasi fino alla fine), vi è un divertito tentativo di rendere credibile la collocazione storica e geografica. Nel film si allude ai primi raid di grosse proporzioni compiuti dai Vichinghi sulle coste inglesi, in particolare a Lindisfarne. La messa in scena comprende invocazioni a Odino, funerali vichinghi, gente che gozzoviglia o risolve dispute in modi rude durante le assemblee, momenti di goliardia conviviale e altri orientati a una seria e più truce spietatezza. L’impasto che ne deriva, assieme alla freschezza degli interpreti (ricordiamo pure il magnifico Ernest Borgnine nei panni di re Ragnarr Loðbrók), rende la visione del film di Fleischer tuttora molto sapida, coinvolgente, allettante, movimentata.

Stefano Coccia

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