Sarà un paese

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Caos Cadmo

Sono un giovane cuore
Sono candido e forte
Sono il pugno nascosto
proprio in fondo agli occhi tuoi.
Ma l’Italia che offende è quella
che non vedi mai.
E rimane più offesa… Quella
candida e illusa

Paola Turci, “Candido”

L’Italia di oggi raccontata ai bambini. Ovvero i contorni di una farsa tragica, riadattati così da poter essere fruiti dallo sguardo differente, non ancora contaminato da certi veleni, di una nuova generazione; quella dei giovanissimi, che in certi casi assistono al malinconico stato di abbandono dei propri fratelli maggiori, destinati perlopiù ad accettare un futuro di precariato a oltranza o a tentar fortuna in altri paesi. Ecco a grandi linee le coordinate di Sarà un paese, primo lungometraggio realizzato da quel Nicola Campiotti, figlio del regista di Come due Coccodrilli, che al di là di meriti e demeriti del più affermato padre Giacomo, pare aver intrapreso una sua strada; lo testimonierebbe quella interessante gavetta in cui anche la pratica del documentario ha lasciato la sua impronta, vedi per esempio Parole d’Ercolano dove sono alcuni “guaglioncelli” della periferia napoletana a esprimersi, ulteriore testimonianza del rapporto privilegiato di Campiotti con una determinata età, l’infanzia. E in un esordio promettente come questo Sarà un paese, l’impressione è che proprio il modello della docu-ficton si sia adattato bene ai tempi diversi del lungometraggio.

Nel peregrinare attraverso l’Italia del giovane disoccupato, partito assieme al fratellino cui fa da babysitter (o non sarà forse il contrario?), vi è però un immaginario e ciononostante importantissimo compagno di viaggio: Cadmo, personaggio della mitologia greca mossosi a sua volta alla ricerca della sorella Europa, rapita da Zeus. Questo parallelo altamente simbolico (Europa, difatti…) si impone sin dall’inizio con la graziosissima e suggestiva recita, cui partecipa il ragazzino protagonista, e durante la quale viene messo in scena il mito che fa da filo conduttore al racconto. Creata questa cornice, Nicola Campiotti ci accompagna in una ricognizione della nostra penisola fatta di luci e ombre, con storie drammatiche di morti sul lavoro e timidi segnali di speranza, disastri ambientali e tentativi di reagire alla corruzione diffusa, imperante, così come allo sfruttamento indiscriminato del territorio. Sarà un paese è quindi valido esempio di un cinema d’impegno civile, al quale non risultano estranei né un approccio ludico e fantasioso nella messa in scena, né la capacità di spiegare problematiche complesse con la semplicità che si userebbe nel parlare a un bambino. Se c’è un appunto che ci sentiamo di muovere al film, è di natura prettamente contenutistica: il cammino lungo un paese visibilmente in affanno, alla ricerca di storie sofferte da raccontare e di esempi virtuosi da proporre, prosegue bene fino a che certe sovrastrutture ideologiche un po’ facilone non prendono il sopravvento. Per essere più espliciti, di fronte a un’aggressione così violenta del capitale alla nostra stabilità economica e sociale fare appello alla semplice cultura della legalità o, ancor peggio, all’Europa quale vago ideale, è un modo come un altro per girare in tondo. Ben altre misure sarebbero necessarie per contrastare un simile stato di cose. Ma, dopotutto, quello di Campiotti è un tentativo in parte riuscito di spingere il pubblico più giovane ad aprire gli occhi sulla realtà circostante; affinché gli occhi siano completamente spalancati (e sappiano così distinguere la radicalità dei cambiamenti veri dalle scorciatoie del riformismo) possiamo anche aspettare, volendo, che quel pubblico sia cresciuto un altro po’, tanto in età che in consapevolezza.

Stefano Coccia

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