Human Flow

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7.0 Awesome
  • voto 7

Tutti i colori del mondo

Cosa vuol dire vivere in prima persona i disagi, le sofferenze e le mille peripezie che i migranti di tutto il mondo devono affrontare quotidianamente? Come ci si sente ad entrare in contatto con il singolo, ad ascoltare le sue storie, a provare – anche solo per un limitato periodo di tempo – ad immedesimarsi in lui? Di certo l’artista cinese – ma berlinese di adozione – Ai Weiwei saprebbe dare una risposta ai nostri interrogativi. E, di fatto, è proprio quello che vuol fare nel suo ultimo documentario, Human Flow, presentato in concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e frutto di un lungo viaggio dell’artista stesso in ventitré paesi, al seguito di numerosi gruppi di migranti.
Al giorno d’oggi, più di 65 milioni di persone in tutto il mondo sono state obbligate ad abbandonare le loro case ed il loro paese a causa di guerre, carestie o cambiamenti climatici. Per quanto riguarda l’informazione circa le reali cause scatenanti o le condizioni di vita dei migranti, vi sono, però, non poche lacune. Almeno per quanto riguarda i canali ufficiali di informazione. È (anche) per questo motivo, dunque, che Ai Weiwei – da sempre attento alla politica del proprio paese e di tutto il mondo, nonché, più in generale, alla società – ha deciso di dar vita al progetto Human Flow. Progetto, questo, maestoso, imponente, dove ad immagini particolarmente forti e disturbanti (prima fra tutte, quella del cadavere in decomposizione di un bambino), si contrappongono visioni decisamente poetiche (quali contemplativi tramonti sul mare), o anche suggestivi colpi d’occhio dati da frequenti plongés che ci mostrano, di volta in volta, accampamenti, bambini che giocano o giubbotti di salvataggio che – visti da lontano – stanno quasi a ricordarci un quadro astratto.
Come in ogni sua opera – cinematografica o meno – che si rispetti, inoltre, anche qui Ai Weiwei ha deciso di “mostrarsi” al pubblico, di essere, in qualche modo, parte integrante dell’opera stessa, pur restando, però, almeno in questo contesto, decisamente moderato: non lo vediamo rompere un antico vaso cinese, non lo vediamo fare gestacci contro monumenti o istituzioni, ma, al contrario, ci appare, qui, particolarmente empatico, seppur un tantino autocompiacente. Ed eccolo, dunque, intento ad aiutare i più anziani, a danzare con un gruppo di persone o, addirittura, a riprendere gli interessati insieme alla sua piccola troupe, concentrato nel dare indicazioni ai tecnici. E, inutile dirlo, la componente metacinematografica riesce ad aggiungere, anche in questa occasione, un tocco in più.
Ciò che di Human Flow convince poco sono, in realtà, le numerose, troppe didascalie presenti, le quali – fatta eccezione per qualche citazione di poesie da tutto il mondo – si limitano a comunicare dati e numeri, contribuendo a dare al tutto un tocco pericolosamente televisivo. Lo scivolone peggiore, però, è stato preso dall’artista proprio nel finale, avendo scelto come frase di chiusura un’affermazione eccessivamente utopica e buonista pronunciata da uno dei politici da lui intervistati. Tale infelice scelta ha fatto perdere non pochi punti a tutto il lavoro nel suo insieme. E, soprattutto, ci ha fatto, in qualche modo, rimpiangere l’Ai Weiwei estremo che da sempre conosciamo ed apprezziamo.

Marina Pavido

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