Call center alla pechinese
Si è aperta lunedì 23 giugno a Roma la Settimana del Cinema Cinese in Italia, imperdibile appuntamento con la cinematografia cinese contemporanea programmato presso la Sala Anica fino al 27 giugno, con una selezione di nove film assai diversi tra loro a livello stilistico e tematico. Le differenze del resto sono apparse profonde sin dalla prima giornata di festival.
Ad aprire i giochi è stato infatti un lungometraggio di finzione, Big World di Yang Lina, toccante racconto di formazione incentrato sulla difficoltosa emancipazione di Liu Chunhe, un giovane affetto da paralisi cerebrale che rompe coraggiosamente le catene del corpo e della mente cercando la propria strada nel mondo. Esordio decisamente brillante, per la variegata rassegna, trattandosi di un film che sa parlare di disabilità con dignità e coraggio, toccando cioè corde emotive profonde ma senza rincorrere il facile pietismo che troppo spesso contraddistingue simili racconti cinematografoci, mescolando anzi situazioni umoristiche, momenti di genuino pathos e velate critiche alle storture che l’ordinamento famigliare e la società in genere possono presentare.
Cambio di passo, invece, per il film proiettato in serata e su cui ora ci soffermeremo: il documentario Hotline Beijing, diretto da Xu Jieqin e girato per l’appunto a Pechino, mostra al pubblico come la capitale cinese – una metropoli con oltre 20 milioni di abitanti – sappia gestire in modo efficiente più di 60.000 chiamate di reclamo al giorno, da parte di persone che fanno riferimento a quel 12345 come a un numero tanto facile da memorizzare quanto prodigo di soluzioni per i più svariati problemi. Il film è prodotto da China Media Group e la matrice propagandistica, o per meglio dire celebrativa dell’efficienza cinese nell’affrontare ogni aspetto della vita sociale cittadina, appare del tutto evidente.
C’è comunque da restare ammirati per come la confezione di tale opera, suadente, ammaliante e vorticosa allorché si tenta di condensare in poche immagini il fascino così peculiare della capitale cinese, si presti poi a una capillare ricognizione dei vari servizi che gli operatori di Hotline Beijing 12345 offrono, con dedizione e professionalità, alla popolazione. C’è del mestiere, insomma. Anche se l’occhio più smaliziato sarà portato comunque a porsi ulteriori domande, superata l’abbacinante esaltazione del sistema di governo del gigante asiatico.
Molto interessanti sono, sul piano pratico, gli aspetti della vita comunitaria presi in esame: dal problema dei parcheggi (che non esiste quindi soltanto a Roma) alla progressiva dotazione di ascensori, per quei palazzi di costruzione non recente che hanno tra i loro inquilini parecchi “grandi anziani” e persone con disabilità. Se le storie dei cittadini alle prese con disfunzioni e anomalie, cui si lascia intendere che lo Stato offrirà pronta risposta, vengono raccontate con una certa passione, in un ideale campo e controcampo l’obbiettivo della macchina da presa si sposta continuamente e volentieri su di loro: gli operatori di quel labirintico call center, che è stato enormemente potenziato negli ultimi anni. L’operato di questi ultimi viene costantemente elogiato, per il senso di responsabilità che hanno, o al limite paternalisticamente criticato, qualora venga scorta qualche negligenza o qualche risposta superficiale agli utenti e ai loro problemi. Questo può essere un indizio per lo spettatore occidentale. Se l’efficienza e la rigorosa organizzazione in Cina di tali servizi è l’elemento da elogiare, la mole spropositata di lavoro e le forme di controllo cui sono soggetti gli operatori rappresentano il rovescio della medaglia. E al di là dei sorrisi limpidi e rassicuranti delle lavoratrici ritratte nel documentario, resta forte l’impressione che film come Tutta la vita davanti di Paolo Virzì o Fuga dal call center di Federico Rizzo, nella Cina di oggi, non entrerebbero mai in produzione.
Stefano Coccia








