Host

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5.0 Awesome
  • voto 5

Terror Lockdown

Inevitabilmente i diversi Lockdown sorti in differenti zone del mondo, creati per arginare il Covid-19, stanno fornendo variegati spunti narrativi da cui attingere per realizzare avvincenti e coinvolgenti storie cinematografiche. Dopotutto il dover restare “sigillati” nelle proprie case, rinunciando a una vita normale fino a quel momento svolta, mentre fuori imperversa un insidioso virus impalpabile, per molte persone ha comportato depressione, angoscia e finanche terrore. Ad esempio in Italia il tema del Lockdown primaverile, e ciò che ha comportato, ha dato origine alla – futile – commedia, per tempismo definibile anche come instant movie, Lockdown all’italiana (2020) di Enrico Vanzina, in cui amenamente si evidenziavano soprattutto gli usuali vizietti nostrani. Di tutt’altro genere ecco giungere il britannico Host (2020) di Rob Savage, horror soprannaturale che prende spunto dalla quarantena casalinga in cui molti ragazzi e ragazze hanno dovuto sottostare, e per continuare a relazionarsi hanno comunicato via video chat.

Anch’esso è un instant movie, essendo stato girato a ridosso della prima ondata della pandemia, e le anteprime, svoltesi il 30 luglio, sono avvenute contemporaneamente tutte tramite internet. La proiezione svoltasi al Festival #Cineuropa34 è al momento la terza effettuata in maniera classica, cioè in una sala cinematografica. Fino a qui la pellicola di Rob Savage ha colto perfettamente nel segno, cogliendo l’idea di narrare una storia attraverso la video chat, e poi “proiettare” il film solamente su internet. Questo aspetto distributivo non andrebbe recepito solamente come un espediente furbesco per promuovere l’opera come il consueto found footage, ma è utile anche per evidenziare come il futuro di molte anteprime sarà fatto in questo modo; senza dimenticare che la tematica del film, ossia i rapporti interpersonali attraverso il virtuale, ormai all’ordine del giorno, e il taglio dell’inquadratura (il campo visivo che dà la webcam), sono aspetti inerenti al mondo di internet. Ma da questa stimolante base, ecco che Host diviene rapidamente qualcosa di già (stra)visto, che va a ingrossare il finto video-materiale rinvenuto e poi riproposto. The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair (The Blair Witch Project, 1999) del duo Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, dopo ventuno anni continua a fare proseliti, e con il passare delle decadi, e lo zampino artigliato della redditizia Blumhouse Productions, il found footage ha persistito, ottenendo favorevoli riscontri d’incassi. Sceneggiato da Rob Savage, Gemma Hurley e Jed Sheperd, Host si potrebbe definire benevolmente una variante, ma è chiaramente una pedissequa riproposizione di brividi horror in formato videocamera di eventi soprannaturali (Paranormal Activity, per fare un esempio). La trama di Host è quella di raccontare una videochiamata di gruppo tra amiche per fare una seduta spiritica, che sfortunatamente – per le ragazze – ha effetto, e così nelle loro case cominciano a manifestarsi episodi soprannaturali. L’angoscia e il terrore nascono sia per quanto accade e sia perché tra di loro sono lontane e non possono nell’eventualità soccorre le altre (solo una coppia di amiche è vicina). Al di là delle classiche scene di eventi spiritici (luci che saltano, sedie che si muovono e altro più spaventoso), quello che fa decadere la supposta realtà che il film vorrebbe proporre, è utilizzare l’occhio del PC come se fosse una videocamera. Le ragazze portano il loro computer sempre con loro, sia quando indagano impaurite nelle altre stanze per capire il perché di quegli strani rumori, e sia quando scappano per salvarsi. È vero che questo è necessario per farci vedere tutto quello che accade, ma nella realtà il computer sarebbe rimasto sulla scrivania. Quindi? Host gioca sulla paura data all’improvviso, e fortunatamente non dura più di un’ora.

Roberto Baldassarre

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