Honeygiver Among the Dogs

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il mistero del convento

Ci sono cinematografie nelle quali è davvero difficile imbattersi se non nel circuito festivaliero. Quella del Bhutan è una di queste. Le possibilità di vedere approdare nelle sale nostrane una pellicola proveniente da un Paese come questo sono, infatti, ridotte ai minimi termini. L’importanza dei festival, quindi, risiede anche nella possibilità di portare all’attenzione del pubblico opere realizzate da autori di cinematografie non particolarmente gettonate, dando ad esse visibilità e l’attenzione che meritano. In questo modo, può capitare di trovarsi al cospetto di piacevoli sorprese e di autentiche scoperte.
Di conseguenza, quando abbiamo scovato tra i dieci titoli selezionati nel concorso lungometraggi del 27° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, il film Honeygiver Among the Dogs, sbarcato in quel di Milano in anteprima italiana dopo le presentazioni al Busan International Film Festival 2016 e alla Berlinale 2017 (sezione Panorama), la curiosità ha immediatamente preso il sopravvento. Una curiosità legata non solo alla provenienza della pellicola, ma anche al genere di appartenenza.
A firmare questo insolito noir dalle tinte mistery e dagli accenni sovrannaturali ci ha pensato Dechen Roder, qui all’esordio nel lungometraggio dopo un fortunato percorso sulla breve distanza, che l’ha portata negli anni precedenti a dirigere una serie di cortometraggi vincitori di numerosi riconoscimenti, tra cui Original Photocopy of Happiness, menzione speciale della giuria agli Hong Kong Awards 2012. La regista classe 1980 ci porta al seguito di Kinley, un investigatore che indaga sul caso della sparizione di una monaca. Le indagine lo portano sulle tracce di Choden, una giovane donna, nota nel villaggio come la demonessa. Con i suoi racconti sulle dakini, leggendarie donne buddiste illuminate, Choden disorienta il poliziotto che viene sedotto dal suo fascino e dalla sua spiritualità.
La Roden porta sul grande schermo un film di genere dal DNA profondamente autoriale. Tale carattere si manifesta alla platea sin dalle primissime immagini, quanto basta per mettere subito le cose in chiaro. Nonostante si tratti di un prodotto di genere, che al suo interno si avvale dei codici e dei linguaggi di riferimento, quello che Honeygiver Among the Dogs propone allo spettatore di turno è un approccio alla materia più alto e sofisticato. Ciò non significa che lo spettatore medio, abituato a misurarsi con thriller o noir decisamente meno impegnativi dal punto di vista della drammaturgia o della sua messa in quadro, non possa confrontarcisi, ma che la fruizione richiederà una soglia dell’attenzione sicuramente più alta da parte sua. L’importante è sapere che la visione non sarà facile e soprattutto mai scontata, ossia modellata seguendo schemi preconfezionati. La regista asiatica fa suoi i codici e li plasma, per poi utilizzarli per dare vita a un film ostico, ma capace di tenere magneticamente a sé tutti coloro che avranno la pazienza e la predisposizione per arrivare fino in fondo alla timeline, quando la fitta tela di misteri, intrighi, depistaggi, insabbiamenti e doppi giochi, verrà finalmente sciolta. In tal senso, la mente torna per analogie e dejà vu alla ragnatela tessuta da Zhang Yimou nel suo La foresta dei pugnali volanti, pellicola dalla quale si differenzia però dal punto di vista formale. La messa in quadro  della Roden è decisamente più votata al rigore, meno alla spettacolarità e alla magniloquenza con le quali il collega ha intriso le inquadrature del suo wuxia. L’azione e la cinetica lasciano spazio alla contemplazione, all’eleganza di uno stile che si fa pittorico e più statico, ma anche a una linea mistery che crea il tessuto narrativo di un thriller di stampo machiavellico che assomiglia sempre di più a un gioco di scatole cinesi pieno zeppo di specchietti delle allodole.
La cineasta bhutanese allestisce una sorta di partita a scacchi con lo spettatore, una partita che dura più di due ore, dove ai personaggi spetta il compito di fare da pedine. L’eccesiva durata è senza ombra di dubbio l’ostacolo più duro da superare, a maggior ragione se la strada da affrontare prevede tempi dilatati, decelerazioni del ritmo, atmosfere rarefatte, grandi silenzi e continui palleggi tra dimensioni reali e oniriche. A un certo punto la fatica si farà sentire, ma una volta superato quel momento, il racconto finirà con il trascinarti via con sé. Basta solo non arrendersi alle prime difficoltà e non abbandonare troppo presto la sale, perché sarebbe un gran peccato.

Francesco Del Grosso

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