History of Love

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5.0 Awesome
  • voto 5

Resilienza contorta

Quante pellicole hanno affrontato la resilienza per la morte di un familiare? Senza contarle e stilare una lista, si può facilmente dire tante. Ed è per questo che quando una pellicola si propone di affrontare tale tematica, ci si aspetta sempre qualcosa di nuovo, oppure una rielaborazione ben congegnata, seppure manieristica di quello che è già stato realizzato antecedentemente. La pellicola History of Love (titolo originale Zgodovina ljubezni, letteralmente storia d’amore per l’appunto) è l’ennesimo tentativo di studio della resilienza per un lutto. In questo caso la gravosa perdita riguarda la figura di una madre, e il personaggio che deve uscire da quest’apnea dolorosa è la figlia adolescente Iva.

Scritta e diretta da Sonja Prosenc (Slovenj Gradec, 1977), che era stata molto apprezzata con il lungometraggio The Tree (Drevo, 2014), con questa seconda opera di finzione la regista slovena conferma che ama scrutare a fondo un nucleo familiare. Se nella precedente pellicola suddivideva l’indagine in tre capitoli, con protagonisti i diversi personaggi, con Zgodovina ljubezni mette a fuoco solamente la protagonista, lasciando gli altri personaggi appena in silhouette. La Prosenc, quindi, nuovamente studia le sfumature, soffermandosi sulle parti oscure e poche chiare che ci possono essere nei rapporti interpersonali. Questa vicenda viene racchiusa in un complicato, o per meglio dire contorto, dramma misterioso, in cui Iva scopre un lato oscuro della madre che non conosceva. Il tentativo di emergere fuori da questo stato di ottundimento, reso maggiormente difficile dall’handicap che affetta Iva (la sordità), è tortuoso tanto per lei quanto per lo spettatore. La Prosenc nel costruire la narrazione non vuole seguire un percorso lineare, non vuole fornire informazioni recepibili facilmente, e vi aggiunge anche delle scene d’immaginazione della protagonista che s’innestano senza continuità con la realtà che la circonda, creando maggior confusione. Sicuramente l’intento della regista è di creare delle immagini in simbiosi con la visione “ottenebrata” della giovane Iva, facendo in modo che anche lo spettatore si ritrovi con una percezione post-trauma non completamente sobria, però questa costruzione, per quanto apprezzabile stilisticamente, rende inutilmente ponderosa una trama che, al contrario, vorrebbe essere intimista. Giunti alle scene finali, dopo l’ultimo drammatico climax, sembra che ci sia una catarsi dei vari personaggi di questa vicenda, ma l’interrogativo rimane.
La storia d’amore accennata dal titolo è quella che coinvolge i diversi personaggi: la figlia verso la madre; il padre verso la moglie; l’amante segreto verso la madre di Iva. In questa indagine (investigativa, psicologica, registica) si salva, come già accennato, la tecnica della regista coadiuvata dal direttore della fotografia Mitja Licen (già all’opera anche in Drevo), seppure la costruzione delle immagini sia eccessivamente e inutilmente simbolica. Purtroppo alla fine della visione si rimane storditi non per il tema trattato, delle incertezze che possano nascere da queste situazioni, ma appunto da questo contorto piglio scelto dalla Prosenc. Forse, non per essere definiti critici sciovinisti, è meglio la resilienza affrontata con occhio classico e sobrio da Nanni Moretti con La stanza del figlio.

Roberto Baldassarre

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