His House

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il demone nella parete

L’orrore è tra noi. Cammina al nostro fianco, respirando la nostra stessa aria. Ci entra dentro attraverso ciò che siamo, definito mediante le azioni che abbiamo compiuto. Non è quindi possibile sfuggirgli. Perché siamo noi a crearlo, a plasmare i suoi contorni.
A proposito di His House (attenzione alla preposizione possessiva del titolo) – opera d’esordio del giovanissimo cineasta britannico Remi Weekes, classe 1990, rilasciata nel 2020 dalla piattaforma Netflix – si è parlato di “horror sociale”. Definizione in parte appropriata, dato che i due protagonisti sono immigrati sudanesi, coppia che ha trovato rifugio in Gran Bretagna dopo tragiche peripezie. Bol e Rial, questi i loro nomi, cercano di sfuggire ad un tragico destino predeterminato nel loro paese. Fatto di guerre tribali, stragi di matrice etnica prive di soluzioni di continuità. La dimensione orrorifica veicolata da His House si propone immediatamente a più dimensioni. C’è quella canonica, fatta di presenze e voci nell’oscurità che affliggono la coppia nella loro nuova sistemazione nel Regno Unito. Poi ne sussiste un’altra, ben più terrorizzante, che riguarda la loro interazione con il reale, sia passato che presente. Un mondo composto di soprusi, nel quale i due sventurati – una volta approdati nel nuovo paese – vivono in una sorta di regime semi-detentivo, dove una semplice mossa sbagliata può costare loro l’espulsione ed il conseguente rimpatrio. Equivalente ad una condanna a morte certa. Appare dunque subito chiaro allo spettatore come la prima condizione sia figlia della seconda, cioè di uno stato psicologico della coppia tutt’altro che sereno, anche in virtù di un segreto che i due custodiscono e che affiora gradatamente nel corso della narrazione di His House. Nel corso dei colloqui preliminari con l’ufficio immigrazione si viene subito informati della tragedia riguardante la perdita della loro figlia durante la traversata in mare; tuttavia le cose non stanno esattamente in questo modo e sarà proprio tale rivelazione a giocare un ruolo decisivo nel fare chiarezza sull’origine del misterioso demone che mina la serenità della coppia nella nuova abitazione.
L’efficace regia di Weekes, già molto matura per essere un’opera prima, mette il fruitore in una condizione di assoluto disagio, impendendogli di distinguere dove si annidi l’autentica origine della paura che la visione del film suscita: se nelle comunque inquietanti sequenze notturne in cui il demone fa le proprie apparizioni oppure nei momenti di vita quotidiana, dove ad esempio Rial – alla prima uscita fuori dalla nuova casa – viene pesantemente “invitata”, da un gruppo di ragazzi di colore, a tornare da dove è venuta, dopo aver chiesto loro una semplice informazione in un inglese comprensibilmente stentato.
Al pari dei due protagonisti anche lo spetttore, allora, si smarrisce in un coacervo inestricabile di ostilità razziale, indifferenza, sensi di colpa. Riguardante sia la coppia al proprio interno che la loro relazione con il mondo esterno. Un rapporto capace di travalicare di slancio gli esigui confini dello schermo mettendo in discussione la coscienza spettatoriale del “civile occidente” nei confronti di un fenomeno incontrollabile come la migrazione dai paesi in condizioni critiche verso altri. Sul quale troppi speculano, a qualsiasi latitudine, fingendo di ignorare il più elementare degli aspetti, quello squisitamente umano.
His House ci racconta – grazie anche alle intense interpretazioni dei bravissimi Sope Dirisu (nella parte di Bol; attore visto anche nel recente serial televisivo Gangs of London) e Wunmi Mosaku (Rial) – di un doloroso percorso esistenziale oltre ogni capacità di sopportazione, chissà se alla fine catartico. Di paure recondite che non possono essere del tutto soffocate ma forse controllate, seppur a carissimo prezzo. Riuscendo, il film, persino a superare il pur importante significato sociale per approdare a concetti di lettura universale sulla condizione dell’essere. Un eccellente modo, in ogni caso, per vivificare un genere come l’horror, da troppo tempo ridotto, salvo saltuarie e benemerite eccezioni, ad una compilation di soprassalti priva di senso compiuto.

Daniele De Angelis

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