La vera “regina” della festa
Film che hanno toccato corde e tematiche delicate al 17° Bif&st se ne sono visti tanti. Tra quelli transitati alla kermesse barese di quest’anno, Happy Birthday, presentato nella sezione Meridiana, è stato uno di quelli emotivamente più forti e duri da digerire per il pubblico. La pellicola di Sarah Goher, già vincitrice di importanti riconoscimenti in quel del Tribeca e di Palm Springs, scelta per rappresentare l’Egitto nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero nell’edizione 98, racchiude al suo interno un concentrato di emozioni cangianti e di argomentazioni dal peso specifico rilavante. Un mix che fa dell’opera in questione una delle più toccanti e intense della stagione.
Partendo da un episodio reale alla quale ha assistito durante una visita alla nonna nel suo Paese di origine, l’Egitto, la produttrice e regista statunitense ha portato sullo schermo la storia di Toha, una bambina di otto anni che lavora come domestica per una ricca famiglia del Cairo, in una grande casa in un quartiere residenziale elegante. Nonostante la sua giovane età, è profondamente legata a Nelly, la figlia dei suoi datori di lavoro, e sogna di organizzare per lei una festa di compleanno perfetta. Con dedizione e innocenza, Toha si impegna al massimo perché quel giorno sia speciale per la sua migliore amica. Quando arriva il giorno del nono compleanno di Nelly e la casa si riempie di una festa sontuosa, Toha inizia lentamente a prendere coscienza del posto che occupa in quella famiglia e nel mondo che la circonda. Quella consapevolezza, dolorosa e improvvisa, spezza l’illusione di appartenenza che aveva coltivato fino ad allora e mette a nudo le profonde disuguaglianze sociali dell’Egitto contemporaneo.
Happy Birthday mescola i tratti distintivi del dramma con quelli del coming-of-age per raccontare la perdita dell’innocenza di una bambina, un personaggio che come spesso accade si fa riflesso che rispecchia la società che la circonda. Nel suo caso esplora al contempo i rapporti di classe nel Cairo contemporaneo, indaga su una piaga sommersa come quella dello sfruttamento della manodopera minorile a basso costo, ma anche l’empatia e i legami fragili tra le persone. Dalla visione emerge con il progredire della storia una critica cruda e incisiva dell’ordine sociale, delle numerose disparità e intrinseche divisioni che la caratterizzano, se non addirittura definiscono. E la mente non può non tornare ad altri film recenti come La torta del presidente o Homebound che si muovono sulle medesime traiettorie per approcciare la suddetta materia. Il tutto visto attraverso gli occhi di una giovane domestica, con la macchina da presa che si posiziona sempre alla sua altezza per restituirne la prospettiva sulle cose e sugli eventi. Quando si sofferma sul primo piano di Toha (vedi l’epilogo o la scena dell’allontanamento dalla festa), interpretata dalla giovanissima esordiente Doha Ramadan della quale sentiremo prestissimo parlare visti il talento innato e le grandi qualità espressive, la timeline raggiunge temperature elevatissime. In quei momenti la moderazione è l’arma in più dell’autrice per evitare di fare leva sulla sofferenza e di conseguenza “giocare sporco”. La Goher sembra consapevole del pericolo che corre in quei passaggi, il ché la porta a gestire i toni con la massima cautela, avendo sempre presente quale sia il flebile confine tra il commuovente e il ricattatorio. Resta dunque dalla prima parte senza mai oltrepassare la linea di demarcazione, spezzando il dramma con attimi di puro lirismo che scaldano il cuore come per la corsa notturna a bordo del tuk-tuk per raggiungere la festa.
Francesco Del Grosso









