Sikkim Monogatari
Il confronto tra la vita rurale di un piccolo villaggio, dagli stili di vita semplici, seguendo i ritmi della natura, e dalla mentalità tradizionale, e la vita moderna della grande città con tutti i divari del caso, rappresenta un topos nel cinema che spesso ha rappresentato viaggi nell’una o nell’altra direzione, soprattutto in contesti nazionali di forte crescita dell’urbanizzazione che rendono quel dislivello vertiginoso. Questo è il tema di Shape of Momo (Chhora Jastai), esordio al lungometraggio per la regista indiana Tribeny Rai, film presentato nel Concorso Lungometraggi “Finestre sul Mondo” del 35° Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina. Nel film si racconta di Bishnu, una ragazza dalle idee progressista che, dopo aver lasciato il suo lavoro a Dehli, torna nel suo remoto villaggio himalayano nello stato del Sikkim, peraltro la zona natale stessa della regista, e nella casa abitata da tre generazioni di donne. La nonna malata sogna il giorno in cui suo figlio la porterà a Dubai in un altro ipotetico viaggio verso una grande realtà urbana; la madre che si fa carico sia della vita domestica sia di quella comunitaria a modo suo; e la sorella incinta si è rifugiata a casa per sfuggire ai conflitti con il marito e la suocera. L’impronta moderna della mentalità della ragazza entra subito in conflitto con i costumi e i modi di vivere locali.
Tribeny Rai, nel corso del film, mette in scena i diversi aspetti, sia quelli più affascinanti che quelli più sgradevoli, di quel piccolo mondo antico, comunque sul crinale della sua scomparsa. Siamo in un lembo estremo del territorio nazionale indiano, che confina con il Nepal, il Bhutan e il Tibet. Ci sono i gruppi di meditazione, personaggi che sembrano dei fachiri o sciamani; al supermercato la carta risulta non valida e non si può che pagare in contanti. Il raccolto di arance è andato a male, si tratta di frutta bio, coltivata quindi con metodi tradizionali che però vanno incontro alle mode del giorno d’oggi. La regista non lesina su quegli aspetti scatologici, la cacca della nonna e il peto della sorella, che fanno riprezzo nella vita urbana ‘civilizzata’, ma che sono normali aspetti della vita in quel mondo contadino. L’aspetto più conflittuale, per la mentalità moderna di Bishnu, è il matrimonio combinato ancora in vigore a quelle latitudini. Al ritorno della ragazza nel villaggio, la sua famiglia, che è limitata alla parte femminile, alla linea materna, concepisce subito il progetto di trovarle un marito, ovviamente qualche rampollo delle famiglie locali altolocate. Si intravede però la fine di quel mondo. La casa di famiglia sta per essere convertita in un bed & breakfast, secondo una moda diffusa ovunque nell’inevitabile omologazione che sarà portata dal turismo. Altro aspetto che accomuna la vita di quel villaggio a quella di tante altre latitudini, anche nostrane, è la paura di subire furti in casa per la presenza di migranti, quella xenofobia che è conseguenza delle grandi ondate migratorie del nostro mondo, per motivi economici come climatici.
Tribeny Rai guarda sicuramente ai grandi Maestri del cinema classico, tra i quali Satyajit Ray. Alcune delle intuizioni del grande cineasta indiano sono rilette dalla regista in chiave contemporanea e femminile. Il movimento compiuto in Shape of Momo, dalla città al piccolo villaggio, è all’inverso rispetto a quello di molti film di Ray, soprattutto la Trilogia di Apu, dove la città rappresenta istruzione, emancipazione e possibilità, ma anche perdita di radici e solitudine. Se per Ray era centrale il conflitto tra modernità e tradizione, per Rai questo assume i contorni della contrapposizione tra autonomia femminile e oppressione patriarcale. I confini di quel villaggio sperduto sull’altopiano himalayano delimitano un territorio dove c’è la necessità per le donne di ridefinire i propri ruoli sociali. L’ombra di un altro grande cineasta emerge in nuce in Shape of Momo ed è quella di Yasujirō Ozu che è stato un grande cantore del grande processo di urbanizzazione del Giappone in crescita economica della sua epoca. Nel suo film più celebre, Viaggio a Tokyo, il percorso è ancora l’inverso di quello di questa opera, quello verso la grande metropoli dalla periferia del paese. Shape of Momo ricorda in tante cose molti temi e aspetti del grande cineasta giapponese, come il mostrare i peti, un tabù al cinema. E ancora c’è l’esibizione del cibo, già nel titolo del film, espressione di un gusto che ha a che fare con la cultura locale e la tradizione. I momo sono dei ravioli tipici dei territori himalayani. Rappresentano un cibo conviviale e familiare, si preparano in gruppo, soprattutto tra donne della famiglia; e il momento della preparazione (impastare, riempire, chiudere) è un rituale domestico, legato alla trasmissione di saperi tra generazioni; vengono serviti durante feste, incontri e celebrazioni. Il loro consumo, verso la fine del film, ne rappresenta un momento catartico. Ancora a Ozu si può ricondurre un altro tema centrale di Shape of Momo, ovvero il conflitto tra matrimonio d’amore e matrimonio combinato. Bishnu aborrisce al secondo, cui verrebbe destinata al suo ritorno nel villaggio. Si innamorerà spontaneamente però di un ragazzo altolocato, figlio di un politico locale: il risultato è il medesimo di un’unione combinata con dinamiche di convenienza famigliare. Il loro incontro avviene peraltro in occasione di un momento di spaesamento della ragazza che non riesce a pagare la spesa con la carta, e il ragazzo appena incontrato la aiuta pagandogliela con i suoi contanti. Tribeny Rai mescola le carte evitando facili schematismi. Nel film i personaggi, dalla loro posizione in quella casa, osservano spesso il mondo con il binocolo del nonno, peraltro retaggio di una situazione di predominio agrario: serviva per il controllo del lavoro dei suoi contadini. È la metafora dello sguardo stesso della regista che osserva i suoi personaggi come attraverso una lente, da una distanza che amplifica i dettagli ma rivela anche le contraddizioni profonde di quel mondo in trasformazione.
Giampiero Raganelli









