Güeros

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Pallide adolescenze

Accanto alle diverse produzioni iberiche, l’edizione 2016 di CinemaSpagna ha potuto schierare anche un lungometraggio messicano, di cui peraltro si era già parlato parecchio nel giro dei festival. Quantomeno da quando è stato premiato come Miglior Opera Prima, alla Berlinale 2015. Ebbene, tra i film scoperti al cinema Farnese in questi giorni, Güeros si è senz’altro confermato una piccola rivelazione in quanto a modernità e raffinatezza del linguaggio cinematografico, andandosi a stampare nell’immaginario del paese di provenienza, il Messico, come un murales pieno di vita. Di vita, ma non di colori. Per niente estetizzante o fine a se stesso, ma di sicuro evocativo, “stiloso”, il bianco e nero di Güeros è un’arma in più nella strategia espressiva di un film, che, indagando i diversi ambienti sociali di Città del Messico e delle sue estese periferie, si propone quale picaresco road movie animato da personaggi alla ricerca di qualche spiraglio di luce, nel grigiore urbano.

Uno dei possibili spiragli cui si affidano i protagonisti del film ha un nome singolare: Epigmenio Cruz. Il presupposto è infatti che due fratelli dalla marcata differenza di età, un loro amico e la ragazza di cui è innamorato il fratello più grande, intraprendano a un certo punto il loro rocambolesco detour nella metropoli messicana proprio per rintracciare questo fantomatico, anziano, fisicamente malmesso rocker locale, che si dice abbia fatto piangere un tempo il grande Bob Dylan. E’ quindi una sua musicassetta, lasciata in eredità dal padre dei due ragazzi, il simulacro del riuscito MacGuffin musicale che regola con ironia e sentimento una narrazione vivace, proteiforme, cui si aggiungono lungo il percorso sempre nuovi elementi.
Il notevole talento di un regista come l’esordiente Alonso Ruizpalacios, quindi, non emerge soltanto dall’eleganza delle scelte formali, dall’intelligente composizione delle inquadrature, ma si deposita pure in un percorso narrativo che dal periodo prescelto, la fine degli anni ’90, sa estrarre tutta una serie di tensioni emotive e di bozzetti tratteggiati con estro, con una bravura nell’affrescare giovinezze irrequiete che non cade mai nello stereotipo. Si intravvede semmai qualche accenno di manierismo, in certi frangenti, ma non in misura tale da pregiudicare la sincerità e la godibilità di un intenso racconto di formazione, che, lambendo la vita di strada e le alule universitarie occupate, il caos di nuclei famigliari complicati e i diversi frammenti di un universo giovanile allo sbando, continua a regalare uno sguardo ironico, empatico e divertito.

Stefano Coccia

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