Grotto

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5.0 Awesome
  • voto 5

Bambini, grotte e stalagmiti viventi: come il vincitore del Giffoni Film Festival alimenta la nostalgia degli anni 80

Cinque ragazzini in età preadolescenziale, uno strano essere che fino a quel momento pensavano esistente solo nei racconti di fantasia, un’avventura mozzafiato in un luogo buio e sconosciuto.
Stiamo forse parlando dei Goonies? Assolutamente no. Stiamo forse parlando di E.T. l’Extraterrestre? Men che meno.
La pellicola corrispondente alla breve descrizione è solo una mal riuscita imitazione dei capolavori appena citati e che hanno segnato i favolosi anni 80,  mutando in modo irreversibile il nostro immaginario.
Ma nonostante ciò, essa si è comunque aggiudicata il titolo di vincitore del Giffoni Film Festival 2015, alla faccia di tutti i cultori del genere fantasy. Grotto il nome del fortunato lungometraggio; Micol Pallucca quello dell’esordiente regista, già nota come sceneggiatrice e produttrice televisiva.
Grotto è una piccola stalagmite vivente, dagli occhi grandi e blu, e in grado di emettere solo suoni gutturali al posto delle parole. Impossibile non intenerirsi nel vederlo per la prima volta sul grande schermo, impossibile rimanere indifferenti alla dolcezza che sprigiona, accompagnata da un senso di compassione quando appuriamo che vive in uno stato di profonda solitudine all’interno delle grotte dei Frasassi; e saranno un gruppo di ragazzini finiti lì dentro per sbaglio a mutarne le sorti, almeno per qualche giorno. La trama si dipana, dunque, nell’avventura di Michele, Aldo, Chiara Luca e Carlo che, caduti per sbaglio nelle splendide grotte situate nel cuore della regione marchigiana, cercheranno in ogni modo di uscirne, e le loro vicende saranno condite dalla conoscenza di questo buffo personaggio realizzato in CGI.
Partito, dunque, da un soggetto di per sé interessante, anche dato il pubblico di riferimento, e da un’idea originale, come quella di ambientare un’avventura nello splendido scenario delle grotte dei Frasassi, il film non riesce mai a decollare, e quello che ne rimane è il sapore sciapo di una vicenda che non ha né capo né coda, dove si tenta di fare psicologia spicciola sottoponendo i protagonisti a dialoghi troppo profondi rispetto alla loro giovane età e dimenticando in questo modo quel famoso “Show, don’t tell” che qualunque narratore (e quindi anche regista) dovrebbe tenere ben a mente. Mostrare, non raccontare, è una tecnica di derivazione anglosassone nata per gli scrittori, ma poi, non a caso, trasposta a tutto il mondo cinematografico, poiché una trama che mette il messaggio davanti all’azione rischia di risultare zoppa e poco credibile: la vicenda dell’incontro con il piccolo essere, le paure, i pericoli, la suspense e tutto ciò con cui ci si sarebbe potuti sbizzarrire nel ricreare una storia stile Goonies all’interno delle grotte dei Frasassi, si perdono nel mare magnum dei racconti dei piccoli protagonisti, attenti, sembrerebbe, più allo scavare nella loro personalità che a ciò che gli sta realmente succedendo. Un tentativo senz’altro lodevole, per una regista che si rivolge a un pubblico giovane; un’impronta pedagogica che permette alla pellicola di distinguersi rispetto all’eccesso di azione e violenza cui, tra film e videogame, sono generalmente sottoposti i ragazzi in età scolare. Ma l’intenzione, purtroppo, non basta: l’indagine psicologica dei personaggi non andava portata avanti sotto forma di mini-sedute che si fanno a vicenda mentre si sono persi nelle grotte dei Frasassi, sono rimasti senza mangiare per giorni e soprattutto hanno conosciuto una stalagmite vivente (!!). Nessun adulto avrebbe la fantasia di andare a scavare così a fondo in situazioni del genere, figuriamoci un bambino. L’azione rimane, dunque, un elemento di contorno: trappole, svenimenti, rischi di congelamento insieme all’incontro con Grotto sono una musica di sottofondo che si ode in lontananza rispetto a un’indagine portata avanti in modo goffo e per nulla convincente.
La vittoria al Giffoni Film Festival è senz’altro un buon biglietto da visita, ma, talvolta, rischia di diventare un’arma a doppio taglio poiché, in tal caso, bisogna essere all’altezza delle aspettative.

Costanza Ognibeni

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