Goodbye Ringo

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Requiem iberico per lo spaghetti western

Introdotto al Cinema Farnese da Marco Giusti, Goodbye Ringo di Pere Marzo è una meravigliosa elegia, in forma di documentario, dedicata a un cinema che non c’è più. E a luoghi (sia fisici che dell’immaginario) che hanno cessato di esistere o comunque di ricoprire quella funzione. Purtroppo. Trattasi, infatti, di dolorosissima perdita, considerando che l’epopea dello “spaghetti western” ha rappresentato in ogni caso una pagina gloriosa dell’intrattenimento popolare nostrano (e non solo, viste le vendite all’estero); tutto ciò alla faccia di certe stroncature dell’epoca, firmate da austeri recensori come quello messo elegantemente alla berlina nel corso del film, autore di uno dei tanti “trafiletti sott’odio” che venivano pubblicati sulle pagine dei quotidiani o delle riviste, in maniera non poi così dissimile dall’operato dei cosiddetti “haters” attivi oggi sul web. Cambiano i mezzi di comunicazione, insomma, ma la spocchia presente in determinate categorie resta la stessa.

E invece grazie a Goodbye Ringo, premiato come Miglior Documentario a Sitges nel 2018, è tornata a rivivere con forza l’artigianalità di quei set, rievocata sullo schermo assieme alla fruttuosa collaborazione tra Italia e Spagna, paese che a partire dagli anni ‘60 mise a disposizione scenari adeguati, maestranze che si stavano formando bene e, soprattutto, costi di produzione assolutamente competitivi, da cui potevano essere attratti registi e produttori italiani. Tra questi cineasti vi era anche Romolo Guerrieri, che a cavallo tra il 1966 e il 1967 si mise a sfornare titoli come Johnny Yuma, 7 magnifiche pistole e 10.000 dollari per un massacro: anche lui presente al Farnese e adorabile “testimonial” di questa dodicesima edizione di CinemaSpagna.
Altro autore incontrato da Pere Marzo è Giorgio Capitani, scomparso poco dopo le riprese, il che ha reso l’inquadratura (e pertanto la dedica) finale ancor più da pelle d’oca. Il suo Ognuno per sé (1968), misconosciuto “cult” firmato con lo pseudonimo George Holloway, poteva contare su un cast internazionale davvero notevole (Van Heflin, Klaus Kinski e George Hilton, tra gli altri) ed è tra i tanti western girati in quegli anni con sullo sfondo Esplugas City, classico villaggio del far west ricreato alle porte di Barcellona. Il Ringo impersonato con carisma da Giuliano Gemma e altri eroi dal grilletto facile hanno cavalcato proprio là davanti. Oggi di quei favolosi studi cinematografici all’aperto è rimasto ben poco: il genere cui erano funzionali è tramontato troppo repentinamente e gli stessi fratelli Balcázar, che li avevano creati, sono andati incontro a spiacevoli traversie personali e famigliari. A Pere Marzo non è stata concessa nemmeno l’opportunità di incontrare quello dei tre ancora in vita. Ma il giovane film-maker iberico è stato ugualmente bravo a far pulsare di nuovo quel segmento dell’immaginario cinematografico, attraverso scelte registiche accorte e piacevolmente stranianti, come ad esempio l’immaginifico campo e controcampo, che vede l’appesantita figura di uno stuntman spagnolo dell’epoca duettare oggi con le scene dei film girati in quegli anni ad Esplugas City. “Virtuali” duelli impostati con sottile humour, che assieme ad altre trovate di natura più o meno simile assicurano a Goodbye Ringo, pur nell’amarcord di fondo (accentuato poi dalle apparizioni sullo schermo di Gianni, storico proiezionista del Farnese e testimone a sua volta del grosso riscontro commerciale dello “spaghetti western”), una freschezza notevole.

Stefano Coccia

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