Goliath

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Una vita al bivio

Oltre al tema “borders/confini” – vera e propria colonna portante di questa ottava edizione del Nordic Film Fest – grande spazio è stato dedicato, all’interno di questa importante manifestazione romana, proprio ai giovani. Particolarmente degno di nota, a tal proposito, è il lungometraggio Goliath, per la regia dello svedese Peter Grönlund, dove il regista ha messo in scena la non facile adolescenza di chi vive nella periferia degradata e fortemente malfamata di Stoccolma.

La vita, dunque, non è affatto facile nemmeno per il giovane Kimmie, il quale vive con i genitori (suo padre, che da anni fa lo spacciatore, è prossimo a scontare una breve pena in carcere, mentre sua madre è affetta da fibromialgia) e i due fratellini più piccoli. A breve, così, toccherà a lui doversi occupare della famiglia. Ma quale potrà essere il suo futuro nel caso in cui deciderà di restare nella sua città natale? Il ragazzo, seguendo i consigli di un’amica, sarà messo di fronte a una non facile scelta: cambiare città e trovare lavoro presso una fabbrica o restare a casa a badare alla famiglia, certo che il suo destino sarà lo stesso di suo padre?
Goliath, il titolo, ci appare, così, assai simbolico e significativo. Il gigante Golia, non è, nel presente caso, il nostro giovane protagonista, bensì lo schiacciante senso di responsabilità nei confronti dei suoi famigliari, unito a cattive compagnie paterne atte a trascinarlo in loschi giri. Il giovane Kimmie è, pertanto, una sorta di Davide, il quale tenta con tutte le sue forze di sconfiggere Golia. Ma il finale, tuttavia, non è poi così scontato.
Fatta eccezione per uno script che registra non poche forzature al proprio interno (quale, ad esempio, la decisione dell’amica di Kimmie di partire come se nulla fosse, malgrado suo padre sia stato pesantemente malmenato la sera prima), questo lavoro di Peter Grönlund si distingue principalmente per le interessanti ambientazioni rappresentate e per il tanto realistico quanto crudo ritratto della vita nella più degradata periferia. La cittadina in cui vive Kimmie, dunque, non può non ricordarci alcuni lavori di Ken Loach o di Shane Meadows, in cui egualmente vengono messe in scena storie di chi vive ai margini della società.
Allo stesso modo, assai interessante è il rapporto padre-figlio qui rappresentato. Kimmie non vuole essere come suo padre, a tratti detesta suo padre, eppure, allo stesso tempo, lo ama disperatamente, cercando ancora, inconsciamente, quell’affetto e quella tenerezza che da bambino gli sono stati negati. Il padre, dal canto suo, altro non fa che dimostrargli la propria benevolenza insegnandogli a fare a botte, in modo da difendersi da chiunque possa attaccarlo. Riuscirà Kimmie ad accettarlo per quello che è? Particolarmente d’effetto, a tal proposito, la scena in cui il ragazzo – dopo che suo padre è andato in carcere – avendo ormai assunto il ruolo di capofamiglia, indossa con orgoglio l’orologio donatogli dal genitore, per un cambio di testimone che, complessivamente, ha fatto acquisire al presente lavoro diversi punti.
Sono, dunque, numerose scene di pestaggi – in cui, di fatto, la telecamera non ci risparmia proprio nulla – primi piani di volti ora lividi e arrabbiati, ora contemplativamente silenziosi, oltre a dettagli di nocche dove ancora si possono vedere vecchie cicatrici a rendere perfettamente l’idea di ciò che il regista ha voluto raccontarci, per un lavoro imperfetto, a tratti forzato e poco credibile, ma indubbiamente sincero e genuino.

Marina Pavido

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