Fuorigioco

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

La metamorfosi dell’esodato

Il protagonista di Fuorigioco, lungometraggio d’esordio di Carlo Benso (che ci assicurano non essere parente di Camillo, il celebre Conte), si chiama alquanto emblematicamente Gregorio Samsa. Con un nome del genere è facile aspettarsi che il film regali situazioni kafkiane a iosa. Il tentativo, per quanto maldestro, è in effetti quello: a un uomo non più giovane, Gregorio, accade di essere licenziato in circostanze non così limpide – e assieme a diversi colleghi – dall’azienda per cui ha lavorato tantissimi anni, ricoprendo anche incarichi importanti. Ma non la prende certo bene. In lui si sviluppano più o meno contemporaneamente tanto una sindrome paranoica, relativa al lavoro perso, che una frustrazione di natura sessuale, dalla quale è spinto a osservare con occhio sempre più morboso e concupiscente la giovanissima vicina di casa, di cui si trova spesso ad ammirare il fisico tonico e sensuale sbirciando dalla finestra. Questa sua profonda insoddisfazione condurrà in entrambi i casi verso esiti fallimentari e patetici.

Nell’operazione cui si è dedicato Benso si può riscontrare anche qualche buona intenzione, vanificata però dall’impostazione eccessivamente teatrale di certi dialoghi, da un linguaggio cinematografico a tratti improvvisato e da una critica sociale che scade troppo spesso nel qualunquismo. Gli spunti più condivisibili, in tal senso, sono dati forse dai dialoghi tra Gregorio (Toni Garrani) e Pino (Nicola Pistoia), ex collega che ha approfittato della liquidazione per dedicarsi ad attività di stampo culturale: sono proprio le sue parole, intrise di pessimismo e amarezza, ad additare in un crollo strutturale dell’occidente capitalista le ragioni della crisi, di cui pure loro stanno subendo i drammatici contraccolpi. L’interpretazione di Nicola Pistoia è, tra l’altro, una delle più briose e vivaci, nel panorama piuttosto piatto del film. Ma appena si scorge un accenno di profondità nello script, basta poco e si ricade nell’insistito piagnisteo piccolo-borghese che fa da collante alle singole microstorie. La regia, poi, non aiuta per niente. In particolare gli inserti onirici, allucinatori, sono a partire dall’impostazione fotografica di una bruttezza rara.
Peccato, semmai, per qualche altra potenzialità del racconto visibilmente sprecata. L’attrazione dell’uomo anziano per una prorompente giovinetta, ad esempio, poteva essere sviluppata meglio e rapportata con più decisione agli orizzonti sociali e psicologici oggi diffusi. Un’occasione poco sfruttata, questa, anche considerando la sensualità genuina e arrembante di Azzurra Rocchi, giovane interprete dalle valide esperienze teatrali scelta proprio per questo ruolo: del suo volto bello e grintoso, al pari di quel corpo oltremodo attraente, si sentirà ancora parlare.

Stefano Coccia

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