Sei vie per Santiago

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Attraversando Francia e Spagna

Annosa questione: un documentario dovrebbe, come del resto racconta la definizione stessa, limitarsi a documentare la realtà oppure approfondirla seguendo interesse e sguardo del suo autore? Chiaramente, se non ci si chiama Frederick Wiseman o Werner Herzog – solo per citare due nomi oltremodo illustri nel genere – la soluzione più ovvia è la prima. Un approccio scelto per l’appunto dalla statunitense Lydia Smith riguardo il suo film Sei vie per Santiago, cronaca fedele del viaggio di sei differenti pellegrini alla volta del celebre santuario di Santiago di Compostela, dove riposano – secondo la credenza cattolica – le reliquie di San Giacomo il Maggiore, uno degli apostoli del Cristo. Ottocento chilometri di un cammino già tracciato ai tempi del Medioevo, intrapreso dai fedeli come segno di devozione ma non solo. E proprio su quel “non solo” si costruiscono le basi della cronaca documentaristica di una situazione che la Smith ha vissuto in prima persona.
Intervallando interviste e immagini del viaggio dei sei protagonisti, Sei vie per Santiago si presenta con un’impostazione formale quantomai canonica, probabilmente aderente alla necessaria, per comodità logistica, esiguità dei mezzi tecnici a disposizione della regista. Un po’ a sorpresa però non è principalmente l’aspetto religioso a risaltare, quanto piuttosto quello socio-antropologico. Il cammino, della durata media di un mese e da percorrersi come ovvio rigorosamente a piedi, viene vissuto dai sei moderni pellegrini come una ricerca spirituale di se stessi, non di un Dio la cui esistenza è data quasi per scontata dalla maggior parte di chi si cimenta in tale impresa. La quale può certamente definirsi tale quando – e può capitare – la condizione fisica non assiste il viaggiatore per tutta la durata del cammino. Tuttavia il punto fermo che risalta ad uno sguardo spettatoriale è rinchiuso in una sola parola: solidarietà. Dalla visione del film si evince come la fatica, la sofferenza fisica in molti casi, affratelli le persone, spingendole ad un sostegno reciproco che difficilmente in altre condizioni avrebbe luogo. Il cammino diventa così – più che un’opportunità per ribadire una fede che in taluni nemmeno sussiste – un’occasione per uscire da situazioni esistenziali assai difficili e rinnovare se stessi, come ad esempio accade alla brasiliana Sam. Oppure alla danese Misa, reduce da un importante lutto familiare recente, per la quale il cammino ha significato essenzialmente l’incontro con un ragazzo più giovane di lei di diversi anni ma del tutto affine caratterialmente. Sono questi i frangenti, in cui Sei vie per Santiago diventa strumento di studio e conoscenza di altri esseri umani, ad offrire i momenti migliori di un film che si limita ad annotare senza volere (o potere) approfondire qualsiasi altro tipo di discorso alternativo. Il merito della Smith è dunque quello di non prendere posizione, a favore o contro, ma lasciare la ribalta alle persone in modo che tutti possano farsi un’idea del perché si intraprende un viaggio così importante e difficile. Ed è quasi impossibile, peraltro, non nutrire dei dubbi sulla scelta della ragazza madre francese Tatiana, la quale “costringe” il figlioletto di tre anni a condividere con lei le asprezze del cammino sia pur supportata da un fratello non credente. Una scelta comunque estrema che può ricordare la parabola di Abramo e Isacco rivisitata in chiave contemporanea: è giusto “sacrificare” un figlio per dimostrare a Dio, a se stessi e agli altri la propria fede?
Attorno a questa e alle altre storie, tutte esemplari e più o meno capaci di coinvolgere – quando non toccare profondamente – lo spettatore, si affida la discreta riuscita di un documentario che quasi implora l’intervento dello sguardo esterno del pubblico; poiché consapevole che, senza di esso e la conseguente creazione di un’emozione e di un giudizio altrui sulle tematiche affrontate, esso non avrebbe ragione alcuna di esistere. Al pari di molti altri lavori cinematografici che non riescono a vivere autonomamente di un forte sguardo d’autore.

Daniele De Angelis

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