Free to Run

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Un piede dopo l’altro

Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa. Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, un leone si sveglia e sa che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame. Ogni mattina in Africa, come sorge il sole, non importa che tu sia leone o gazzella, l’importante è che cominci a correre.

Diventato famoso nella cultura popolare grazie ad uno spot del 1998 di una nota bevanda energetica, ad un poster motivazionale dal titolo “The Essence of Survival” e al libro di Thomas Lauren Friedman, “The World Is Flat. A Brief History of the Twenty-First Century” del 2005, questo antico proverbio africano ci è sembrato perfetto per inaugurare la recensione di Free to Run, l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Pierre Morath.
Il documentario firmato dal regista svizzero, nelle sale nostrane da giovedì 1 giugno con Kitchen Film a distanza di un mese circa dall’anteprima nazionale nell’ambito della seconda edizione del Festival dei Diritti Umani di Milano, racconta la storia di una attività, la corsa, che è diventata sinonimo di libertà, di uguaglianza tra i sessi e di emancipazione femminile. Negli anni Sessanta era raro vedere gente correre per le strade o nei parchi, alle donne era vietato e gli uomini che lo facevano venivano considerati eccentrici. Kathrine Switzer è stata la prima donna a partecipare alla maratona di Boston nel 1967 e dieci anni dopo, nel 1984, la maratona donne è diventata sport olimpico.
Queste poche righe di sinossi ci aiutano a capire quale ruolo determinante abbia rivestito la corsa nella storia dello sport e non solo, ma anche come sia diventata per moltissimi praticanti (agonisti o semplici appassionati) un vero e proprio “strumento” di sopravvivenza, di uguaglianza e di conquista di una libertà individuale e collettiva. Per questo motivo abbiamo scelto di rievocare quel celebre proverbio africano, ossia per l’insieme di messaggi racchiusi in sé che ha non poche analogie con quello del quale si è fatto portatore sano un film come Free to Run quando ha deciso di rievocare il cammino storiografico della disciplina sportiva protagonista. Il merito di Morath e del suo documentario va rintracciato proprio in questa esplorazione a 360° del corpus tematico, che consente di cogliere ed entrare in contatto con la maggior parte degli aspetti, positivi e non (la perdita dell’identità primigenia e dell’essenza a favore degli aspetti più commerciali), legati al “mondo” della corsa (sia su strada che su pista). L’oggettività e l’onestà intellettuale con le quali il regista si è approcciato alla materia in questione, che lo ha portato saggiamente ad assumere una posizione neutrale, ha donato alla pellicola un cuore pulsante e un possibile motivo di interesse.
Il suo carattere per così dire enciclopedico, però, ha allo stesso tempo una doppia valenza, che può essere letta positivamente o negativamente a seconda del pensiero maturato dal singolo fruitore: se da una parte permette a un pubblico variegato e non necessariamente di addetti ai lavori di potersi facilmente approcciare all’opera senza particolari problemi grazie all’epurazione dei tecnicismi, dall’altra il rischio di scivolare in un certo didascalismo da compendio è piuttosto elevato. Quest’ultimo potrebbe causare un calo di attenzione e di interesse nello spettatore medio. Ma ribadiamo che si tratta di una reazione legata al singolo fruitore. Per quanto ci riguarda, il suddetto carattere non ha costituito mai un ostacolo, al contrario l’excursus temporale portato sullo schermo da Free to Run ci ha aiutato a scoprire più da vicino un “mondo” che conoscevamo solo in superficie o attraverso una manciata di film per il cinema (Il maratoneta di John Schlesinger, Maratona di Nicola Fausto Neroni, Maratona d’autunno di Georgij Danelija, Il corridore di maratona di Ewald André Dupont, Naoko di Tomoyuki Furumaya e Run Fatboy Run di David Schwimmer) o di mini serie televisive (Pietro Mennea – La freccia del Sud di Ricky Tognazzi, Il sogno del maratoneta di Leone Pompucci, Marathon di Yoshida Ken) che, in un modo o nell’altro, lo hanno chiamato in causa.
Dopo aver visto l’opera di Morath possiamo dire di saperne un pochino di più sull’argomento, o almeno quanto basta per non chiedersi più quale siano i motivi che hanno spinto e continuano a spingere le persone di tutte le latitudini a praticare la corsa. Dietro quel mettere un passo dopo l’altro c’è un “mondo” appassionato e appassionante, che nei decenni non è stato solo fine a se stesso e legato a caratteri squisitamente ricreativi, ludici o sportivi, ma si è dimostrato storiograficamente importanti per ruolo che si è ritrovato a ricoprire dal punto di vista della conquista e della rivendicazione dei diritti umani. Questa è la chiave di lettura principale di Free to Run ed è ad essa che bisogna fare riferimento per godersi a pieno la visione di un documentario che, oltre alla carrellata di interviste a illustri esponenti, giornalisti ed esperti del settore, offre alla platea di turno un mix riuscitissimo di bellissimi materiali di repertorio che è il risultato di un certosino e notevole lavoro di ricerca. Insomma, tanti buoni motivi per correre al cinema!

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

2 + 17 =