Freaks

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8.0 Awesome
  • voto 8

Lacrime di sangue

Da non confondere con il cult omonimo del 1932 di Tod Browning, con il quale al di là del titolo non ha nessun grado di parentela, Freaks di Zach Lipovsky e Adam B. Stein è uno di quei film dei quali meno si sa e meglio è. In tal senso, anche una virgola in più rispetto alla sinossi ufficiale ha, infatti, il potere di rovinare in maniera irreparabile la fruizione di questo surreale thriller fantascientifico, ricco di inquietanti misteri, accolto con entusiasmo alla proiezione nella competizione del 18° Trieste Science + Fiction Festival dopo l’altrettanto fortunata anteprima tra le mura amiche di qualche settimana fa al Toronto International Film Festival 2018.
La sorprendente opera prima del duo canadese è quello che comunemente nel campo della magia e dell’illusionismo chiamano gioco di prestigio, tra l’altra ben riuscito poiché concepito e improntato per depistare il pubblico di turno con una serie di efficaci specchietti della allodole. Con questi gli autori tolgono allo spettatore la consueta posizione di privilegio di onniscienza rispetto ai personaggi della storia, lasciandolo all’oscuro di cosa stia succedendo realmente e quali siano le forze in campo. L’unica cosa che è data sapere è che al centro di tutto c’è una bambina di sette anni di nome Chloe che vive rinchiusa in una casa abbandonata, sognando il mondo esterno e come sarebbe avere una madre. Il padre, non proprio equilibrato, le ricorda continuamente che, se esce, “i cattivi” li uccideranno entrambi. Perseguitata da terrificanti intrusi che si materializzano nel suo ripostiglio e tentata dall’esplorazione del mondo esterno anche per le lusinghe del misterioso Gelataio, alla fine trova il coraggio di scappare. Ma scopre che il padre non stava mentendo… Ora dovrà seguire il Gelataio in un viaggio verso la famiglia, la libertà e la vendetta.
Freaks è al tempo stesso un film a scatole cinesi e una partita a scacchi dei registi con il pubblico, dove a fare la prima mossa sono sempre i primi. Al secondo, invece, tocca il compito di osservare le pedine muoversi sulla scacchiera e attendere che la sia la timeline a svelare i retroscena e le imprevedibili evoluzioni. E sta in questo meccanismo sapientemente messo in piedi a cominciare dalla fase di scrittura che prende forma e sostanza narrativa e poi visiva qualcosa che alla pari di un camaleonte inizia come una sorta di Room per poi cambiare totalmente pelle. Strada facendo il plot e i personaggi che lo animano sono soggetti a uno stravolgimento totale, che da una dimensione realistica ci catapulta in una sfera fantascientifica sempre più avvincente. Tale mutazione potrebbe, una volta manifestata sullo schermo, essere additata come furba, poiché come avrete modo di vedere si attinge a piene mani e senza remore da un immaginario e da filoni che negli ultimi anni vanno per la maggiore. In parte è vero, ma è il modo in cui Lipovsky e Stein prendono in prestito e plasmano le materie prime a consegnare al final cut le armi di conquista di massa per colpire il bersaglio grosso.
I cineasti canadesi confezionano un film esaltante e in coda spettacolare, che calamita a sé l’attenzione del fruitore per portarsela dietro sino all’ultimo fotogramma utile. La linea mistery appoggiata interamente sulla prospettiva della bambina, che diventa di riflesso anche quella della macchina da presa (sempre posizionata alla sua altezza per mostraci gli eventi dal basso verso l’alto con focali grandangolari), non è un elemento inedito ma qui risulta funzionale e in piena sintonia con la scrittura. Se poi come ciliegina sulla torta c’è una performance corale dal peso specifico non indifferente, dove alla scoperta della giovanissima Lexy Kolker si aggiungono quelle convincenti di Bruce Dern ed Emile Hirsch (rispettivamente nei panni di Mr. Snowcone e del padre di Chloe), allora tutti i tasselli sono stati messi al giusto posto.

Francesco Del Grosso

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