Frank

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

L’uomo che scambiò se stesso per una maschera

I matti non hanno un cuore o se ce l’hanno è sprecato”, cantava Francesco De Gregori.
Invece a Frank, protagonista del quarto lungometraggio di Lenny Abrahamson (Garage), il cuore non manca e neppure la testa, anche se la sua, di testa, quella fisica, viene celata sotto la maschera che riproduce le attonite fattezze di Frank Sidebottom, alias Christopher Mark Sievey, artista eclettico, assai noto in Gran Bretagna, poco più che uno sconosciuto qui da noi. Viene citato e mostrato, per chi lo avesse potuto vedere, non certo sui nostri schermi, nel film Filth, di Jon S. Baird, tratto dal romanzo di Irvine Welsh.
Il Frank della nostra storia non toglie mai la maschera, neppure per mangiare, dormire, farsi la doccia. Non la toglie neppure quando è abbastanza certo di non essere visto.
Lo sguardo, ecco, nella sua potenzialità, nella sua multidirezionalità, nella capacità di plasmare la realtà dell’arte che, Aristotele docet, è altra cosa dalle realtà tout court. Lo sguardo che è così centrale nella riflessione cinematografica di ogni epoca, e che, per burla o per inganno, è qui rivolto a un gruppo di svitati musicisti che sintetizzano nuove sonorità e ispirazioni, dette sublimi, attraverso la messa in scena di riti sgangherati, quasi arcaici. Restano tuttavia ritualità prive di mito, di una storia, sospesi, come sono, questi personaggi, tranne Jon (Domhnall Gleeson), l’ultimo arrivato, quello “sano”, nell’assurdo eterno presente che certo teatro novecentesco ci ha saputo bene raccontare.
La maschera, presente nei riti primitivi da quando esiste l’uomo, è il limite invalicabile fra il nostro sguardo e l’identità dell’altro. La maschera è, nella commedia dell’arte, il ruolo predefinito, riconoscibile, sul quale giocare a canovaccio; in altre forme di rappresentazioni si caratterizza invece per la sua alterità somatica, talvolta mostruosa, legata a simbologie sacre o pagane che si perdono nella notte dei tempi. Rimane tuttavia, elemento imprescindibile di tollerabilità dell’antinomia, insita nella maschera, la consapevolezza che si stia assistendo a una finzione, solenne, in taluni casi, ma pur sempre artificiosa, falsa, destinata a concludersi secondo uno scenario prestabilito.
Ciò non è, soggettivamente, per Frank, impersonato da Michael Fassbender, un interprete la cui straordinaria sensibilità a fior di pelle riesce a rendere mobile persino la maschera di cartapesta che indossa per quasi tutto il suo screentime, un attore il cui vero volto, anche in pochi minuti, di profilo, con gli occhi bassi, sembra contenere a stento l’universo in esplosione.
Frank, dunque, l’uomo che ha scambiato se stesso per una maschera, sembra travalicare – ma a che prezzo – la dannazione schizofrenica per giungere a convivere con un’identità altra, l’unica che sente di possedere. Lo fa attraverso l’innalzamento di un limes che nel suo caso non ha nulla della potenza dei culti agresti di Dioniso o successive derivazioni, ma riguarda piuttosto la paradossale etimologia del termine “persona”, dell’essere umano, socialmente connotato e riconosciuto: prósōpon, volto e maschera allo stesso tempo, persona, ma anche personaggio.
E quando uno degli elementi si perde nella notte della mente, l’altro comincia a prevalere, dapprima come un gioco, commissionato al padre ignaro, e poi come fuga in una realtà parallela, non meno dolorosa, ma protetta, più di quanto possano fare le mani a coprire il volto schivo di chi sa di essere un diverso, un matto, un esiliato psichico, anche con indosso la faccia di un altro.
Non c’è retorica, nel ritratto a pennellate piccole e compassionevoli di Frank, fatto dal regista Abrahamson, in alcuni momenti anche meno incisivo di quello che avrebbe potuto essere, nessuna disforia che precorra tripudi di arte impetuosa o planetario successo, che non sia quello farlocco e spesso da baraccone della rete, anzi.
C’è infine la disperazione di un giovane uomo che, a un certo punto, è costretto a guardare il mondo per quello che (forse) è davvero, e lo osserva come un bambino, come se lo vedesse per la prima volta, tributandogli, in ogni caso, il suo inchino di perduto, un saluto amaro alla cecità dei cosiddetti sani, un commiato educato a se stesso che si è perso ancora una volta, che non sa più chi è.

Ilaria Mainardi

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