Focus, Grandma

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9.0 Awesome
  • voto 9

Famiglia o nazione, l’odio distrugge tutto

La famiglia dovrebbe essere un rifugio dal male, dovrebbe ispirare il meglio nei suoi componenti rendendoli consapevoli dell’importanza di prendersi cura uno dell’altro e di essere vicendevolmente vicini. Per certi aspetti la costituzione di una famiglia può essere paragonata a quella di una nazione, curiosa sineddoche con la quale però si può tentare di analizzare le vicende storiche di una terra.
Ci prova il regista bosniaco Pjer Žalica nel suo ultimo film Focus, Grandma (Koncentriši se, baba) presentato al 26° Sarajevo Film Festival nella sezione BH Films dedicata alle produzioni bosniache. Nel suo intento di raccontare la grande storia, siamo infatti a Sarajevo nella primavera del 1992, all’alba del terribile assedio serbo che stringerà la città per quattro anni, attraverso la piccola storia, il regista riecheggia l’opera del maggiore scrittore della sua terra, quel Ivo Andrić che con il suo capolavoro il ponte sulla Drina riuscì a delineare la storia dell’intera Bosnia attraverso la storia della sua città natale. Nel seguire la strada già tracciata dal grande maestro e ponendosi su di un piano simile a quello di Emir Kusturica che con il suo Underground (1995) aveva tentato, con successo, di mettere su pellicola un’allegoria della Jugoslavia, Žalica adotta un registro più intimistico per narrare lo stesso tema. Si concentra sulla famiglia e su ciò che rappresenta, o meglio, dovrebbe rappresentare. Intorno al letto di morte della matriarca di una famiglia di Sarajevo che arriva a rappresentare l’intera jugoslavia, il regista organizza un raffinato kammerspiel che ragiona sul nefando influsso di egoismo e cattiveria anche sui legami più solidi, finendo per lasciare solo odio e diffidenza con l’inevitabile esito di portare alla distruzione.
Incapaci di provare reale empatia e fiducia, chiusi ognuno nel proprio egoismo, i componenti la famiglia agiscono sempre più uno contro l’altro ragionando come se fossero banditi che si spartiscono un bottino anziché una famiglia riunita a causa di un lutto. Il regista, qui anche sceneggiatore, non fa sconti nel mettere in scena la pulsione alla distruzione che gli individui ed i gruppi di individui sono in grado di portare avanti. Non risparmia amarezza ma non mostra incredulità nel tracciare un parallelo tra questa famiglia in dissoluzione, annientata dall’interno da odio ed egoismo, e la Jugoslavia, dilaniata dalle spinte dei feroci gruppi nazionalisti, serbi su tutti, che portò alla fine violenta di una terra considerata da molti felice ed una riuscita espressione del socialismo.
Tutta l’oscurità appena rattenuta da un fragile velo di ipocrisia comincia pian piano a filtrare tra le crepe che sempre più numerose si aprono. Dentro e fuori la casa notizie frammentarie, indizi, voci, parole contribuiscono a strappare il velo di maya che ognuno si era costruito per non vedere e poter continuare ad esistere nonostante le contraddizioni. Tutto, inevitabilmente, finisce in uno scontro violento all’interno della casa e fuori da essa con la verità che giunge violenta e terribile, l’odio ha vinto, tutto è distrutto, inizia l’assedio.

Luca Bovio

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