Vesna Goodbye

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Quand’è che si diventa adulti?

Probabilmente non esiste una risposta certa. Per ognuno può esistere un modo ed un tempo diversi, soprattutto in questo nuovo mondo nel quale le barriere fra le età sono state abbattute in una schizofrenica pretesa di eterna giovinezza e di conseguenza i riti di passaggio sono scomparsi. È difficile anche rispondere alla domanda se crescere sia una perdita. La risposta più corretta potrebbe essere che crescere è sia una perdita che un guadagno. La vita è in fondo un percorso nel quale continuamente si perde e si riceve. Ci si sofferma la regista di origini slovene Sara Kern, già in concorso a Venezia 2016 con il corto Good Luck Orlo e passata per il TIFF Film Lab, con il suo nuovo cortometraggio Vesna Goodbye (Zbogom, Vesna) presentato in concorso al 26° Sarajevo Film Festival.
Con un linguaggio intimista ed assai delicato la regista ci racconta del rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta della piccola Emi (Pauline Aleynick). Il punto di vista che la Kern sceglie di seguire è quello della piccola protagonista, è attraverso i suoi occhi di bambina costretta a crescere in fretta che assistiamo allo svolgersi dei fatti. Nel linguaggio della regista, nel suo modo di raccontare, anche il silenzio ed il non-detto hanno un ruolo; il che aumenta il senso di mimesi con la protagonista, che non sa dare un nome, non sa spiegare tutto ciò che vede.
All’interno dell’opera risulta centrale la scena sulla spiaggia. Nel gioco di seppellire la sorella nella sabbia, la Vesna del titolo interpretata da Emily Milledge, Emi seppellisce il loro rapporto, il loro passato, la loro vecchia essenza.
Emi celebra, forse senza saperlo, il funerale di ciò che entrambe sono state ed entra definitivamente nell’età adulta. Il rito si conclude con il giungere nella giovane della consapevolezza che il tempo dell’infanzia si è oramai concluso e un nuovo tempo si è aperto per lei. Emi capisce di dover andare per la sua strada, è il sigillo definitivo del rituale, l’inizio della sua vita da adulta. Il suo ritornare a casa da sola senza la sorella nel finale ne è la rappresentazione.
Con una poetica davvero notevole la regista mette in scena il passaggio tra le età, necessario e quindi ineluttabile, orchestrandolo come un rituale quasi religioso che aiuti l’individuo, in questo caso la piccola Emi, a compiere il passo decisivo fornendogli una struttura alla quale sostenersi. Non serve a cancellare il dolore ed il senso di perdita, solo ad elaborarlo per poter andare avanti. E ciò ci riporta alla domanda dell’inizio: quand’è che si diventa adulti? Una delle risposte possibili, e quella che sembra essere stata scelta dalla regista, pare essere: quando si accetta che una parte della propria vita è finita, che una nuova fase sta iniziando, porterà gioia? Porterà dolore? Non sappiamo dirlo, come non sa dirlo Emi. Sappiamo solo che l’unica cosa da fare è andare avanti, entrare in questa nuova fase e vivere, non per gli altri, ma per noi stessi.

Luca Bovio

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