Full Moon

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9.0 Awesome
  • voto 9

Non durante la mia guardia

Cosa può convincere un uomo a cambiare, migliorarsi? Un grande cambiamento positivo nella sua vita, il grande amore, la genitorialità. E questo perché vuole essere degno di quel cambiamento, vuole essere la persona giusta. Vuole essere all’altezza. E tuttavia un cambiamento tanto radicale non è facile a realizzarsi. L’auto-miglioramento è forse la più ardua delle sfide che una persona debba affrontare e, di sicuro, affrontarla in un ambiente nel quale tutto sembra richiamarti alla parte peggiore di te e nel quale fare la cosa giusta è così dannatamente difficile non può che essere un ulteriore elemento di difficoltà. Il regista sarajevese Nermin Hamzagić pare averci pensato a lungo e ha deciso di farne il centro del proprio film Full Moon (Pun Mjesec) presentato al 26° Sarajevo Film Festival nella sezione BH Films. Sulla figura del poliziotto Hamza (Alban Ukaj) di turno la notte in cui la moglie sta partorendo, il giovane regista organizza un racconto sulla paternità e sulla presa di coscienza che essa comporta. In un’atmosfera a metà tra sogno e realtà comincia il pesante turno di guardia dell’uomo. Con uno stile austero e misurato ci viene narrato il rito di passaggio dell’uomo attraverso i molti incontri che fa all’interno del commissariato e che lo portano a maturare la sua nuova coscienza. Muta spettatrice la luna piena del titolo, la quale sembra favorire, secondo la credenza popolare, i passaggi ad una nuova vita. Certo gli incontri del poliziotto non sembrano essere casuali e tutti insieme favoriscono l’atmosfera latamente fantastica della pellicola. Ognuno dei personaggi che Hamza incontra paiono parlargli di responsabilità, verso sé stessi e verso gli altri in una sorta di sotto-testo legato alla denuncia sociale della difficile realtà quotidiana in Bosnia.
E tuttavia l’intento del regista non è proprio quello di denunciare i mali della società bosniaca, sebbene non si lasci sfuggire l’occasione. Essi sembrano essere quasi dati per acquisiti, in un’accettazione del male molto slava. No, l’intento più profondo sembra essere quello di risvegliare la pietas di Hamza, mettendolo a confronto con situazioni da lui già vissute ma alla luce della sua nuova consapevolezza di padre. È dura, il protagonista è continuamente teso ed attanagliato da dubbi ed incertezze, non sembra un caso che la regia si concentri molto sui suoi occhi. Sono gli occhi di un uomo che sta attraversando un pesante travaglio ma sempre più deciso ad emanciparsi per diventare degno del ruolo di padre che lo attende. Molte prove deve affrontare, ostacoli ed avversari non mancano, nemmeno dentro di lui e la notte è sempre buia, con la luna che solo occasionalmente fa capolino tra le nubi. Ma alla fine il mattino giunge, così come la paternità. Hamza ha compiuto il suo rito, è estenuato ed ha subito rotture e dolori, ma il sole splende, ha ascoltato la sua coscienza e non si è lasciato deviare ed alla fine ottiene il premio, il sorriso del suo bambino.

Luca Bovio

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