Feral

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

La mala educación

Per quanto qualcosa della complessa, stratificata architettura diegetica potesse essere ulteriormente limato, approfondito, incastonato nella comunque accurata partitura visiva, sorprende pensare che Feral sia un’opera prima. Il messicano Andrés Kaiser è tutt’altro che un cineasta improvvisato e nel suo curriculum spiccano esperienze piuttosto rilevanti sia a livello di scrittura che per la realizzazione di prodotti audiovisivi. Ma questo suo lungometraggio, che accarezza il filone del mockumentary innestandosi in tale discorso con indubbia personalità, va decisamente oltre le possibili inibizioni dell’esordio, adombrando nell’ormai classico escamotage del found footage contenuti davvero inquietanti che vanno a lambire l’essenza morbosa di un determinato percorso pedagogico, le zone d’ombra della cultura cattolica ed il senso di soffocamento dato da quei condizionamenti socio-politici, da quei segnali di diffidenza e isolamento antropologico, che si possono a volte rinvenire nel cuore della società messicana. Tutto ciò senza peraltro mai scadere in riflessioni banali o scontate.

Di sicuro tra le visioni più stimolanti di questa XVII edizione del Ravenna Nightmare Film Fest, il lungometraggio diretto con certosina applicazione da Andrés Kaiser mescola tracce reali e conturbanti innesti narrativi con una disinvoltura che può spiazzare lo spettatore. Come appurato durante il successivo incontro con l’autore, il vero spunto cronachistico è offerto dal curioso esperimento compiuto decenni fa presso una piccola comunità monastica, persa tra le montagne di Oaxaca; esperimento durante il quale si tentò di introdurre nel convento la psicanalisi, con esiti ben presto stigmatizzati dalle autorità ecclesiastiche e dallo stesso Vaticano.
Ebbene, prendendo spunto da un caso così controverso e affrontandolo con modalità documentaristiche, il regista si è preso poi la responsabilità di ipotizzare sviluppi non meno scabrosi e a dir poco drammatici, ammiccando allo spettatore attraverso la ricostruzione degli accadimenti ancor più estremi (e dall’esito tragico) che avrebbero riguardato un ex sacerdote di quella sperduta comunità.
Nella prima parte del film, complice il contenuto di alcuni videotape recuperati nel corso della ricerca, il pubblico viene spinto a credere che quel sacerdote abbia perso la vita in un fantomatico incendio assieme ad alcuni ragazzi dall’identità incerta, da lui educati (con metodi non distanti però da un certo fanatismo religioso) dopo che gli sventurati avevano vissuto da selvaggi, per anni, nella foresta circostante. Della serie: a tratti pare quasi che Il ragazzo selvaggio di Truffaut e L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog rivivano, ma con una infarinatura di anticlericalismo alla Almodóvar quale ingrediente capace di rendere l’operazione più sapida.
Fatto sta che sempre più sospette e “studiate” appaiono quelle riprese video nelle quali vengono mostrati il difficoltoso percorso di apprendimento dei selvatici (pre)adolescenti, alcune punizioni dovute a certi loro comportamenti ritenuti troppo liberi e altre ingerenze gratuite dell’ex sacerdote, sempre più condizionato da un credo vissuto in maniera soffocante e dagli atteggiamenti malevoli, ostili, dei suoi compaesani. La prassi del mockumentary affiora così in superficie. Facendo sì che all’ammirazione per come sono stati combinati tra loro i diversi materiali visivi si sovrapponga qualche cupa considerazione sul microcosmo asfittico e morboso che in Feral, seppur attraverso uno specchio deformante, viene osservato con notevole acume.

Stefano Coccia

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