Être vivant et le savoir

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Fino alla fine dei suoi giorni

Dal 1993, quando realizzò Libera me, Alain Cavalier ha stabilito una nuova “cesura” nella sua filmografia, un ulteriore taglio radicale nel modo di fare e concepire la Settima Arte, tanto nella drammaturgia quanto nella componente formale. Già nel 1975 con Le plein de super, dopo un silenzio durato circa sette anni, il regista francese tornò al un cinema con un segno e un approccio totalmente diversi, iniziando a firmare film a basso budget, interpretati da attori non professionisti e con uno stile più sperimentale. Quello al quale abbiamo assistito ventisei anni fa è stato dunque un ulteriore step che lo ha portato ad adottare una metodo di lavorazione ancora più “spoglio”, anarchico, libero e personale.
Être vivant et le savoir, la sua ultima fatica dietro la videocamera presentata nell’ambito di un omaggio che il Filmmaker Festival gli ha voluto dedicare nel corso della 39esima edizione dopo l’anteprima in quel di Cannes 2019, è parte integrante di questo discorso che lo ha visto abbandonare la finzione per lavorare con una DV, senza troupe e sul confine labile tra documentario e messa in scena. Il regista ci consegna infatti un nuovo capitolo della sua vita sotto forma di diario personale, costruito sulla stessa linea dei precedenti Le Filmeur e Irène come un mosaico fatto di scene frammentarie legate a un filo conduttore. Quel filo conduttore è un racconto quotidiano che tocca la morte e la vita, che mostra con pudore e delicatezza emozioni personali intime di affetto e di dolore.
All’inizio c’è il progetto di un altro film, tratto da “Tout est bien passé”, il romanzo autobiografico Emmanuèle Bernheim, sua amica da anni, scrittrice, sceneggiatrice, in cui narra di come ha accompagnato il padre nella scelta di morire. Lei interpreterà se stessa, Cavalier il padre. Ma un giorno di inverno Emmanuèle telefona ad Alain, ha scoperto di essere malata, le riprese dovranno essere rimandate. Il film diventa qualcos’altro, un’assenza che le immagini non sembrano poter riempire mentre il “filmeur” espone se stesso con commuovente sincerità. Il processo creativo partorisce altro, nutrito da ciò che avrebbe dovuto essere e non è stato a causa dell’impossibilità di portarlo a termine. E allora ecco che Être vivant et le savoir è il risultato di questo drastico e sofferto cambio di rotta, che ha portato l’opera su altri binari.
La mente torna al cinema scarnificato e “povero” di Pippo Delbono, che fa dell’apparato filmico un punto di vista assolutamente soggettivo, come una sorta di estensione visiva e neuronale. Cavalier cattura e restituisce ciò che i suoi occhi e le sue orecchie hanno visto e ascoltato negli habitat e dalle persone a lui care, in particolare l’amica di sempre Emmanuèle. Il suo è un viaggio fisico ed emozionale in un quotidiano vissuto con intensità, semplicità e senso dell’umorismo, tra la scrivania del suo studio che funge da campo base e un vagabondare nei luoghi fisici e dell’anima.
Ovviamente l’esito non è alla portata di tutti, poiché fruibile da coloro che sono disposti ad abbracciare questo modo di fare cinema così lontano da schemi e libero da paletti. Ciò da una parte può risultare ostico e respingente, dall’altra fortemente coinvolgente in termini empatici.

Francesco Del Grosso

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