Identità in transito
Ricordate il leggendario musical sul pasticciere trotskista tanto agognato da Nanni Moretti? Probabilmente rimarrà tra i sogni dei fan del regista romano. Chi invece ama il rischio e non saprebbe vivere senza introdurre significative novità ad ogni nuovo lavoro è il francese Jacques Audiard. Così il musical (peraltro tratto da un’opera lirica, addirittura) lo ha realizzato lui. E certamente non un musical qualsiasi. Ecco Emilia Pérez, vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2024 ed ora approdato alla Festa del Cinema di Roma.
Città del Messico. Un potentissimo narcotrafficante locale entra in contatto con Rita (sensazionale Zoe Saldana, premiata a Cannes), bravissima avvocato stufa di far vincere i colpevoli in un ruolo subordinato e non riconosciuto. Manitas Del Monte, questo il nome del boss, le propone un affare da prendere o lasciare: organizzare un complicato cambio di sesso per lui, pluri-ricercato in vari paesi. Rita riesce ad imbastire l’operazione nei minimi particolari, guadagnandosi sia molti soldi che la stima del criminale. E quando si incontreranno di nuovo…
Se la lettura della nuda trama potrebbe mettere in guardia dal classico pastiche cinematografico senza capo né coda, sarà la visione a spazzare via ogni dubbio. Emilia Pérez, il film, possiede così tanti strati, tutti da scoprire, che basterebbero a girare due o tre lungometraggi sulla materia. Confermiamo l’appartenenza al genere musical, che si snoda quasi per tutta la durata. Ma c’è anche il discorso sull’identità, riguardante ogni personaggio di Emilia Pérez. Sovrapponendo, ovviamente, ciò che si vuole essere nella propria esistenza con l’orientamento sessuale, poiché prima espressione del proprio io. Audiard affronta territori scivolosi con la baldanza tipica dell’autore accecato dalla propria hybris, ma ne esce comunque largamente vincitore. Sovrappone, a scopo di confronto, maternità fisica e maternità morale, passato e presente. Manitas Dal Monte, da donna, diventa di prepotenza un essere umano migliore. Almeno così sembra, fino ad un passaggio narrativo fondamentale in cui viene messo in gioco il destino dei due figli piccoli avuti quando era ancora uomo. Così Emilia Pérez (dal nuovo nome assunto da Manitas una volta cambiato il sesso) nel fiammeggiante ed esplosivo (letteralmente) epilogo ferma la musica e le parole in canto per divenire in modo palese quel melodramma che Audiard ha sempre amato visceralmente, magari intriso con il noir, sin da Sulle mie labbra (2001) che in Tutti i battiti del mio cuore (2005). Per lui l’importante è sempre alzare l’asticella della modifica di un genere ad ogni tentativo, come accaduto del resto nella meravigliosa rilettura western de I fratelli Sisters (2018).
Non bastasse ancora tutto questo affiora nella sequenza finale l’autentico significato del film. Quello dell’inequivocabile diritto di ognuno a scegliere la propria strada, nonostante ostacoli ed opposizioni varie. Donne in primis, vivendo in luoghi (tipo il Messico narrato in Emilia Pérez) dove il patriarcato continua a prosperare ed imperare. Audiard imbocca tutt’altra strada anche cinematograficamente, facendo scattare l’applauso a scena aperta.
Daniele De Angelis









