ÉCU 2021: panoramica cortometraggi 1

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Prima giornata

Torna finalmente lo European Indipendent Film Festival, giunto alla 16ma edizione e, per la seconda volta, trasmesso in streaming a causa della lunga pandemia che il mondo sta affrontando.
Proprio quest’anno così difficile, e non solo a causa del Coronavirus, ha certamente influito sulle scelte dei tanti artigiani del cinema che vengono proposti in rassegna. Il panorama è estremamente vasto, ricco e rende il festival uno degli eventi più piacevoli da seguire per chi è appassionato della settima arte.
Sono proprio i problemi che affliggono questi tempi oscuri che, senza sorprese, hanno un posto di primo piano nella corposa rassegna di cortometraggi che animano il primo pomeriggio di proiezioni. Due titoli ci sembrano particolarmente indicativi di questa atmosfera riflessiva: il francese Security Health Work e il cipriota The Delivery.
Nel primo, il regista d’oltralpe Marc-Antoine Modol ci porta all’interno della villa in campagna in cui la protagonista cerca di trascorrere, il più serenamente possibile, un terribile lockdown causato da una pericolosa pandemia. No, il virus citato negli ossessivi messaggi automatici governativi non è il Covid-19 ma, inserendosi un po’ nel solco della distopica serie tv Black Mirror il richiamo è piuttosto evidente. Qui, convinta di essere raggiunta dal marito, scopre invece di dover rimanere sola perché questi, bloccato prima dal lavoro e dal coprifuoco e poi dal contagio che lo colpisce, è costretto ad abbandonare il proposito. I giorni si susseguono uno uguale all’altro, alienanti e sempre più noiosi. A peggiorare le cose c’è il governo che, con un controllo capillare ed asfissiante (non a caso vediamo leggere il celebre libro “1984” di George Orwell), le impone una serie continua di gesti e procedure ripetitive intesi per la sua “sicurezza e salute”. La sprona a rimanere attiva verificando perfino quante ore settimanali effettivamente lavora e, nonostante gli sforzi di lei per ottemperare alle vessanti richieste, non esita a richiamarla e multarla pesantemente per ogni piccola infrazione. Arrivata allo stremo, dopo un crollo nervoso, non le resta che accettare il fatto che, a causa della pandemia, è ormai schiava di un regime che la tiene prigioniera. Al famoso motto francese “Libertà, uguaglianza e fraternità” si sostituisce senza appello il nuovo “Sicurezza, salute e lavoro” del titolo. La dittatura è servita. Nonostante l’intento provocatorio, è francamente fastidioso vedere insinuare in questo breve film il sospetto (anche più di un sospetto) che le attuali misure restrittive messe in atto dai governi siano in realtà una manovra per sottometterci, una sorta di raffinato piano per imbrigliare le nostre giornate all’interno di un ferreo regime. Con le tante, assurde teorie cospirazioniste in giro, di una storia come questa non ne sentivano davvero il bisogno.
Tutt’altra faccenda è il successivo The Delivery, cioè “la consegna” che, purtroppo, non riguarda merce ma ha invece come oggetto una massa di disperati in fuga dalla Turchia. La regista Doğuş Özokutan, nata a Nicosia, ha già proposto questa sua breve, quarta opera nel circuito festivaliero internazionale (compresa l’Italia nelle rassegne di Salerno e Torino) ed è certamente un toccante sguardo verso un’altra delle piaghe che affliggono la nostra società contemporanea: la tratta di clandestini. Trattati come oggetti di scarso valore, contrabbandati anche mettendone spietatamente a rischio la vita, questa turpe attività è quella che però appare al protagonista l’unica via per trovare i soldi necessaria a salvare la vita della figlia, gravemente malata. Una sorta di lotta tra poveri quindi, di disperazioni che si incontrano per finire tra le grinfie di criminali senza scrupoli. E’ a lui che tocca caricare e nascondere, su un gelido camion frigo, intere famiglie in cerca di migliore fortuna, compresi alcuni bambini che potrebbero morire per le temperature bassissime all’interno del vano per le carni. Nonostante le sue perplessità viene minacciato e spronato a correre, perché l’imbarcazione che attende i clandestini non lo aspetterà. O arriva in tempo oppure niente soldi. Della salute dei suoi passeggeri non deve e non può preoccuparsi. E’ un angoscioso viaggio da incubo in cui l’ansia e i rimorsi della coscienza lottano con il desiderio di salvare la figlia. Cosa fare al suo posto?
Ben girato, nella sua brevità, non può non colpire lo spettatore che, ai titoli di coda, è lasciato con il dubbio di quale sia la tragedia peggiore da scegliere.
Speriamo di vedere ancora, durante i prossimi giorni di festival, cortometraggi di questa incisività.

Massimo Brigandì

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