ÉCU 2021: panoramica cortometraggi 2

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Seconda giornata

L’ECU, il Festival del cinema indipendente europeo, giunge al suo secondo giorno con una rassegna di cortometraggi ancora particolarmente corposa.
Pur nella vastità della scelta, parliamo di due titoli che, di nuovo, ben rappresentano l’ampio spettro a disposizione degli spettatori di questa piacevole e ricca kermesse.
In Whichita, l’esilarante prova registica della franco-canadese Sergine Dumais (già premiato più volte nel circuito festivaliero internazionale), scopriamo quanto può essere difficile nascondere il proprio tradimento coniugale, soprattutto se l’imprevisto ci raggiunge nel modo più inaspettato e delicato. Una donna, infatti (la bella Maxim Roy), è tranquillamente nel letto del proprio amante, placidamente abbracciata a lui, ben sapendo che il coniuge è lontano, in viaggio d’affari nella città di Wichita, appunto, capitale dello stato americano del Kansas. Il marito però chiama di buon mattino e, a quanto pare, ha un grosso problema: domanda prima alla moglie dove questa si trovi al momento e gli viene prudentemente risposto che si trova in casa (e dove sennò a quell’ora?). E cosa inventarsi, se a quel punto le viene chiesto di prendere urgentemente in un cassetto un oggetto tanto banale quanto importante per chiudere un affare? L’unica soluzione è rivestirsi in fretta e furia e, simulando calma, fare una disperata corsa a perdifiato verso casa, cercando di prendere tempo e inventando una bugia più improbabile dell’altra! Siamo curiosi di capire se è possibile uscire da una situazione tanto complessa, divertiti e indecisi se fare il tifo o meno per la moglie fedifraga. Ma fate attenzione perché il finale è una vera sorpresa. Girato in modo forsennato, siamo quasi impegnati anche noi nella sfiancante maratona della protagonista, immersa nella bella fotografia che sfrutta al meglio la dorata luce del mattino.
Ma le vere emozioni ci aspettano dopo, in un radicale cambio di atmosfere e tematiche, quando abbiamo il piacere di vedere L’effimero, dello spagnolo Jorge Muriel. Due uomini, ormai anziani, sono travolti dai loro ricordi. Uno è in una clinica, probabilmente malato, l’altro è in strada diretto in un luogo che ancora non conosciamo. Reggono in mano una rosa che in entrambi i casi scatena dolorose e struggenti reminiscenze. Le loro storie sono diverse, hanno avuto infanzie diverse, problemi e destini diversi. Ma soprattutto, l’uno è convintamente e coscientemente omosessuale da sempre, l’altro a quanto pare no. Nel loro passato si rivedono impegnati a vivere le rispettive, importanti storie d’amore: si tratta di due situazioni stabili, apparentemente felici ma, in una sorta di elettivo parallelismo, queste sono ambedue minate da inquietudini e dubbi. Le loro vite si intrecciano un giorno, mentre meditano sul loro futuro e sulla scelta migliore da prendere, quando si incontrano per caso in un gremito vagone della metro. Comincia qui un gioco di sguardi, prima timido, poi sempre più ricercato, ricco di una crescente tensione che appare irrefrenabile e irresistibile. Un incontro effimero, come ci dice il titolo, raccontato in un piccolo capolavoro di sapiente montaggio, raffinata attenzione ai dettagli, ai gesti minimi eppure fondamentali. Ai flashback di storie tormentate si mescolano così gli sguardi, allo sferragliare martellante del treno, che corre rapido nelle gallerie, si sostituisce via via una colonna sonora che prende perfettamente il posto dei rumori mondani, delle chiacchiere confuse attorno ai protagonisti. E’ la leggerezza dell’incontro che sorprende e spiazza, la banale quotidianità che si concentra invece in lunghi, intensissimi momenti. Un mondo che diventa sempre più piccolo fino a tramutarsi in un microcosmo, improvvisamente abitato solo dai due passeggeri che segretamente si sono scelti tra la folla. I brevi minuti si dilatano in qualcosa che finisce per essere indimenticabile. Sono gli episodi della vita forse sì, effimeri, ma che sono capaci di segnarci, quelli che servono per avere “l’illuminazione” e trovare la forza di fare scelte difficili fino ad ora rimandate. O forse no. Non resta che attendere il finale per saperlo, per capire come si compiono le mattinate di questi due uomini ormai invecchiati, ma ancora così legati da quegli attimi nella metropolitana vissuti tanti anni prima.
Una gemma dalla narrazione impeccabile, che ci ricorda quanta arte e bravura può celarsi negli a volte sottovalutati cortometraggi.

Massimo Brigandì

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