Destroyer

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7.0 Awesome
  • voto 7

Un conto da saldare

Destroyer è uno di quei film che deve molto, anzi moltissimo, al lavoro davanti la macchina da presa di colei che è stata chiamata a interpretare il ruolo della protagonista, che nel caso della nuova pellicola firmata da Karyn Kusama risponde al nome di Nicole Kidman. Il suo contributo alla causa, in tal senso, si è rivelato importantissimo, per non dire determinante, al punto tale da riuscire risollevare le sorti della pellicola. L’attrice australiana si è letteralmente caricata sulle spalle il peso non indifferente di un’opera le cui sorti dipendevano in gran parte dalla performance dell’attrice scritturata per dare corpo e voce al personaggio principale, che rappresentava il baricentro su e intorno al quale ruotava e si sviluppava il tutto. Quello firmato dalla regista statunitense, come era stato ai tempi degli esordi con Girlfight e Æon Flux, è un film la cui struttura narrativa e drammaturgica portante si poggia quasi interamente sulla one line della protagonista. Di conseguenza, se il motore non avesse funzionato a pieni giri e l’interpretazione non avesse aiutato a fare in modo che ciò accadesse, allora l’architettura non avrebbe retto, collassando sullo schermo. Ma per fortuna della Kusama e della sua ultima pellicola, la Kidman ha tirato fuori dal cilindro una prova maiuscola, forse non la migliore della sua carriera, ma sicuramente una di quelle che vale la pena di ricordare, che le è valsa già una meritata nomination ai prossimi Golden Globes e una menzione speciale della giuria al Noir in Festival 2018, laddove Destroyer è stato presentato in concorso prima dell’uscita nelle sale nostrane con Videa.

La Kidman regala al film e a se stessa una prova di grande fisicità, per caratteristiche lontana dalle tante che nel bene o nel male hanno segnato la sua carriera sino a questo momento. L’essersi misurata con un ruolo per lei inedito e di averlo trasformato in un assolo degno di nota ha di fatto arricchito un’operazione che altrimenti, come vedremo a breve, non sarebbe stata la stessa. Di fatto, è lei il valore aggiunto che consente al tutto di elevarsi, di acquistare solidità, intensità e credibilità. Il modo in cui riesce a trasformare il corpo e la mente del personaggio che le è stato affidato in una tela deturpata da violenza, dolore, sofferenza, delusioni, paure, dipendenze (alcol) e fragilità, non si può dimenticare, con il volto tumefatto e la voce rotta che ne sono il terminale. L’attrice si cala nei panni di Erin Bell, una detective della polizia di Los Angeles, che da giovane viene chiamata ad infiltrarsi sotto copertura in una tra le più pericolose gang della California. Durante un colpo qualcosa va storto, la sua copertura è compromessa e la missione finisce in tragedia. Diversi anni dopo Erin è una poliziotta stanca e disillusa. Però, quando scopre che il capo di quella gang, Silas, è tornato in azione e ha in mente un piano per rapinare una delle più grandi banche americane, pensa che sia giunta l’occasione per pareggiare i conti. Per fermarlo, Erin deve riavvicinare i membri superstiti della banda e affrontare i demoni e gli errori del passato.

Destroyer è, essenzialmente, un film sulla capacità di affrontare i propri errori e sul coraggio di assumersene le responsabilità. All’interno della riconoscibile cornice del thriller poliziesco, c’è nei confronti del personaggio della detective Erin Bell un’insistente attenzione che si concentra sull’anima ferita ma resiliente. Ed è questa che la Kusama prova a restituire attraverso un film che si trasforma gradualmente in un classico revenge movie, con il cambio di pelle che consente al tutto di cambiare passo e acquistare quella forza e quella convinzione che nella prima erano spesso sembrate latitanti. Lo switch è una scarica elettrica simile quella di un defibrillatore in grado di riattivare un battito cardiaco. Esattamente ciò che accade alla timeline di Destroyer, che dall’innesco in poi porta sullo schermo un film capace di alternare lampi di violenza (su tutti le scene delle due rapine ambientate nel presente e nel passato) a momenti di struggente staticità nei quali la Kidman mette in vetrina tutta la sua immensa bravura.

Francesco Del Grosso

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