Covid-19: la sala cinematografica

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Buio e luci in sala

Negli studi televisivi le voci di Fabio Fazio e di Barbara D’Urso risuonano come un’eco lontana e innaturale, private del consenso del pubblico che stavolta non c’è. Il palinsesto va avanti incerto, ogni tanto interrotto dalle dirette di Conte. Così la grave crisi italiana colpisce anche l’industria dell’intrattenimento, che si ritrova a dover combattere contro l’incertezza.
Ma prima ancora della televisione, a risentire maggiormente il colpo dell’emergenza Covid-19, è la filiera cinematografica. Il presidente di ANICA Francesco Rutelli ha dichiarato nei precedenti giorni che almeno 40 riprese di diverse fasi in tutta Italia sono state bloccate, tra queste anche produzioni internazionali ad ampio budget (è il caso di Red Notice o di Mission Impossible 7). Alla sospensione dei set si affianca poi quella della postproduzione: mentre si cerca di ottimizzare quanto più possibile il blocco con il tanto discusso smart working, le sale di doppiaggio rimangono inaccessibili. Ma nuovamente, tra i più colpiti all’interno del settore, figurano la distribuzione e l’esercizio. Gli esercenti, che in principio hanno sospeso le proiezioni solo nelle regioni più colpite, hanno dovuto fare i conti con il sofferto provvedimento che ha esteso la zona rossa all’intero paese.
Dall’8 marzo i 3.850 cinema italiani sono stati definitivamente chiusi. 70 lungometraggi, dal vincitore del Premio della Giuria a Cannes 2019 I Miserabili al nuovo film di Carlo Verdone, rimangono immobili. E mentre l’emergenza scorre, i titoli aumentano, andando a costituire un sovraccarico verso l’estate del 2020.
Ma nel buio un po’ di luce. L’11 marzo vengono proposte al ministro del MiBACT Dario Franceschini le misure straordinarie conseguenti all’emergenza Coronavirus. Sono due i principali obiettivi perseguiti dalle varie associazioni: un contenimento dell’emergenza e una ripresa il più efficace possibile al termine della stessa. Tra le varie proposte un’attenzione particolare è rilasciata proprio alle sale, come testimonia il contributo straordinario a fondo perduto a sostegno della chiusura delle attività.
Tra la crisi e la speranza di un’industria ferita ma combattiva, appaiono ormai nitidi percorsi intrapresi da tempo. Il più evidente è quello del ripensamento del sistema delle Windows ancorato a modelli tradizionali. Il dialogo con Netflix e gli altri OTT, che da tempo genera non pochi dibattiti, oggi si fa più intenso che mai. Se molti prodotti rimangono congelati, aspettando la riapertura delle sale (è il caso di Volevo nascondermi, rimasto in programmazione per soli 2 giorni), altrettanti film andranno direttamente sulle varie piattaforme streaming e sulle reti televisive, alle quali viene richiesto per le anteprime un prezzo più alto. Questo è sicuramente il caso del 40% delle produzioni piccole-medie internazionali, mentre più travagliato sarà l’iter degli altri prodotti, che si scontreranno freneticamente nelle programmazioni estive.
Mentre gli italiani sono costretti in casa, tra la paura e la curiosità di un’ambiente completamente nuovo (quello delle mancate libertà individuali), il cinema lotta. Gli esercenti, come evoca suggestivamente il presidente dell’Anec Lorini, rimangono soli nelle proprie sale: è la loro resistenza.
Franceschini sembra speranzoso: il cinema tornerà più forte, la gente lo riconoscerà nuovamente come luogo di aggregazione. Tuttavia esso si sta già riappropriando del suo ruolo sociale. Lo fa nel mezzo di narrazioni mediatiche improntante costantemente su metafore di guerra e distruzione.
Vale la pena ricordare, in conclusione, le rassegne regalate da piattaforme streaming come MYmovies o RaiPlay, o iniziative mirate alla divulgazione del cinema tra i giovani che vedono coinvolti in prima linea il Giffoni Film Festival e Alice nella città.
Mentre i social recuperano l’interattività e la condivisione, dagli appartamenti si proietta sui palazzi. In una Roma deserta, quella di Fellini. Stavolta però non c’è più solo il rumore del vento.

Silvia Campisano

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