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Dirty Boy

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VOTO: 7

Orrori alpini

Tra i film presentati nella selezione – molto varia e, per quello che abbiamo potuto vedere, dal livello generalmente alto – di Oltre lo specchio Film Festival 2025, questo Dirty Boy emerge come un titolo un po’ atipico. Atipico in primis perché questo lungometraggio d’esordio del britannico Doug Rao – un ricco curriculum come attore alle spalle, oltre a un paio di corti già diretti – non presenta nel suo plot elementi fantastici, pur potendosi considerare, a buon diritto, un thriller psicologico dalla marcata impronta horror; e poi perché la sua ricerca dello spavento e dell’inquietudine – componente cardine della sua costruzione narrativa – si giova tanto del buio quanto (soprattutto) di ariose e “solari” sequenze diurne. Da questo punto di vista, se l’ambientazione negli idilliaci paesaggi alpini rimanda inevitabilmente al capolavoro Picnic a Hanging Rock (evocato anche nel bianco degli abiti indossati dai personaggi femminili), e al suo abile utilizzo di una natura che genera in parti uguali fascino e inquietudine, a colpire col suo forte contrasto è anche l’utilizzo di scenografie quasi innaturalmente inondate dal sole, con una scelta fotografica talmente piana e levigata, nella consistenza, da generare un clima di iperrealismo che, ancor più degli orrori notturni, fa presagire la minaccia. Una minaccia evocata anche dal canto a cappella intonato a più riprese dalle “ospiti” della confraternita al centro della trama (con l’accento che va di nuovo, più volte, sul verso “whiter than the snow”), che va qui a insidiare il già fragilissimo equilibrio di un protagonista dalla psiche offesa e ferita.

Il plot di Dirty Boy si muove infatti intorno alla figura di Isaac, ventunenne che ci viene presentato come schizofrenico (ma sulla validità di tale diagnosi, o di qualsiasi altra, la sceneggiatura lascia giustamente la porta aperta a più ipotesi) che vive con altri giovani ospiti in una comunità gestita dal ricco (presunto) filantropo Walter Wentworth. Le mura della comunità, sita tra le Alpi della Stiria, in Austria, nascondono in realtà una vera e propria setta di cristiani integralisti, dedita al sistematico plagio degli adepti, a ripetute violenze fisiche e psicologiche, e anche – come scopriremo presto – a oscuri rituali che uniscono sangue e sesso. Rituali che a un certo punto vengono colti dagli occhi dell’attonito protagonista – occhi a loro volta condizionati dalla pesante dose di farmaci quotidianamente somministratagli, e incerti sulla reale consistenza di ciò che vedono. Ma lo sguardo di Isaac si volge, parallelamente, anche al passato, verso immagini vaghe e sfocate, che solo a tratti si accendono di una vividezza potenzialmente rivelatrice: immagini che spingono il giovane a cercare di ricostruire la sua storia, e le stesse motivazioni della violenza che sta subendo. Violenza che, considerato ciò che Isaac ha appena visto (oppure no?) rischia ora di fare un ulteriore salto di qualità.

Tra gli elementi più apprezzabili di Dirty Boy, opera che si muove in fondo in un territorio già battuto (il fanatismo religioso e il suo potenziale orrorifico) c’è l’interessante sguardo sul tema della salute mentale, trattata con equilibrio ma anche senza schematismi: l’Isaac apostrofato come “sporco ragazzo” dal titolo – interpretato molto bene da Graham McTavish, già visto in The Hobbit – appare chiaramente come un carattere ferito e pesantemente (forse permanentemente) traumatizzato per le violenze subite; tuttavia, non è una vittima pura e semplice, e la graduale messa a fuoco del suo personaggio, da parte della sceneggiatura, mostra come la fascinazione del male – probabilmente innata e irresistibile – non risparmi neanche lui. Una fascinazione che prende piede, nella psiche del giovane protagonista, man mano che le congetture sul luogo in cui vive lasciano il posto alla concretezza degli eventi, e l’incertezza di uno sguardo fallace (caratteristica che tuttavia, in definitiva, vale per tutti i personaggi) cede il posto all’imparziale, spietato occhio delle videocamere digitali di cui si serve. Il cinismo mostrato a più riprese dal giovane, nella seconda frazione del film – ben più caratterizzante della sua presunta natura “perversa” – unito all’insistenza sui dirty jokes da lui più volte pronunciati (dall’importanza narrativa non secondaria, come si vedrà) lo fa emergere più come un antieroe che come un vero oggetto di identificazione; tanto che la sua esibita violenza, quando arriva, è forse l’elemento meno sorprendente del film.

Dirty Boy si giova soprattutto di una scrittura equilibrata, capace di descrivere personaggi a tutto tondo (compresi quelli sulla carta positivi) e di delineare un microcosmo umano – composto tanto di carnefici quanto di “vittime” – che appare irrimediabilmente malato. Nel descriverlo, il film di Doug Rao non lesina, a tratti, nell’utilizzare l’elemento grottesco, quasi a voler rimarcare il carattere provocatorio e orgogliosamente indie dell’operazione; una scelta mirata inoltre a evitare di trasformare quello che nasce come film di genere (e che sempre “dichiara” di essere tale) in un’opera a tesi sul plagio o sulla malattia mentale. Si resta invero un po’ perplessi, a tratti, da alcune scelte di regia all’insegna di un digitale un po’ cheap – alcune sequenze degli incubi del protagonista, oltre a una sua specifica, fin troppo “infuocata” visione – e alla scelta di evidenziare in varie sequenze un “doppio” (fisico) che avremmo preferito restasse fuori campo. L’evoluzione del personaggio di Isaac, come dicevamo, è ben delineata, ma anche – per certi versi – così tanto (positivamente) disturbante, che quando il “suo” momento infine arriva, si finisce per rimanerne un po’ delusi. Quel cinismo – con quel contrasto cromatico tra il bianco più volte richiamato, spesso punteggiato dal verde di una natura falsamente incontaminata, e il colore del sangue che a un certo punto emerge – voleva forse una risoluzione ancora più “grafica”. Pazienza. Il film di Doug Rao, in fondo, si rifà nella sua chiusa vera e propria, in cui di nuovo il cinismo che sottende a tutta la trama – non privo di un certo, acido divertimento da parte del regista – arriva a negare il puro happy ending. Con molta coerenza, a ben vedere.

Marco Minniti

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