Sguardi che giudicano, sguardi che uccidono
Noir d’annata, assolutamente da riscoprire, Chi ha ucciso Bella Shermann? (più asciutto, lapidario il titolo originale: La mort de Belle) è stato proiettato sul grande schermo al 44° Premio Sergio Amidei nell’ambito di una sezione con pochi titoli, ma capace di scavare in profondità nell’immaginario cinematografico: “Visti e rivisti”, spazio curato dal noto giornalista cinematografico Paolo Mereghetti e incentrato sull’estetica del remake. Le quattro opere selezionate vengono infatti a formare due coppie. E alla già menzionata pellicola di Édouard Molinaro, datata 1961, è stata infatti abbinata nello stesso giorno la riproposizione del recentissimo Il caso Belle Steiner (Belle, 2024) di Benoît Jacquot, entrambi adattamenti di un romanzo del grande scrittore belga Georges Simenon (il papà di Maigret), per l’appunto La mort de Belle.
E come scrive sagacemente sul catalogo del festival goriziano Eleonora Degrassi, “La coppia Molinaro e Jacquot mostra la vicinanza profonda tra Simenon, il suo universo letterario e il mondo del cinema. Si tratta di una corrispondenza composita e appassionata e il cinema ricambia tale coinvolgimento tanto che Simenon viene definito uno dei migliori registi francesi per la forza dei dialoghi e delle strutture narrative dei suoi romanzi. Simenon indaga il tema della colpa e dell’innocenza e il loro impatto sul mondo, e tutto questo rende i suoi testi universali, declinabili in vari modi.”
Da parte nostra, ci si occuperà più specificamente di Chi ha ucciso Bella Shermann? e della straniante, scabrosa, livida inquietudine di cui il racconto qui si fa carico. Se infatti il romanzo di Simenon era ambientato in America e più di recente Benoît Jacquot ha deciso di ricontestualizzarlo nella Francia dei giorni nostri, particolarmente appropriata appare oggi la giravolta attuata a suo tempo da Édouard Molinaro, che scelse invece quale cornice del torbido giallo una placida città svizzera. Un po’ come se la natura stessa della storia narrata andasse naturalmente incontro a una certa, senz’altro parziale proiezione dell’immaginario elvetico, tutta intrisa di atteggiamenti ipocriti e bacchettoni, disagio esistenziale mascherato dall’opulenza, diffidenza verso i “forestieri”, violenze sotterranee e sessualità repressa.
In Chi ha ucciso Bella Shermann? il protagonista, magistralmente interpretato da Jean Desailly (icona del cinema transalpino che ha lavorato, tra gli altri, con Sacha Guitry, René Clair, Jean-Pierre Melville, François Truffaut, Joseph Losey e col nostro Riccardo Freda), è un bonario insegnante francese, Stéphane Blanchon, che conduce un’esistenza piuttosto ordinaria con la moglie a Ginevra. In casa ospitano da qualche mese Belle Shermann, ragazza americana dai modi che la gente del posto giudica sfacciati e figlia di un’amica di famiglia. Quando la giovane muore misteriosamente e si comincia a indagare sull’omicidio, una serie di circostanze poco fortunate (unite al carattere prevenuto dei locali) finisce per indirizzare i sospetti, senza che vi siano prove evidenti, verso l’impacciato professorino, che la notte del delitto si trovava ugualmente in casa e si presume sia stato l’ultimo a vedere Belle viva. Le maldicenze dei concittadini, l’atteggiamento poco empatico della moglie e la fretta di chiudere il caso esibita da un greve funzionario giudiziario faranno precipitare ben presto Stephane in una spirale paranoica, capace di corrompere in profondità la sua innocenza di fondo.
Polar in un certo senso “tardivo”, girato quando le migliori risorse espressive del cinema francese erano già dirette altrove, Chi ha ucciso Bella Shermann? di Édouard Molinaro (cineasta che dal noir si sarebbe spostato poco alla volta verso la commedia, vedi pellicole assai fortunate come Il vizietto o come quelle interpretate da Louis de Funès) è una sorta di splendido canto del cigno che sembra replicare, in un contesto insolito e alienante, quelle atmosfere plumbee e cariche di disillusione che fino ad allora potevano aver caratterizzato tanto la filmografia di Melville che la produzione letteraria di un Léo Malet. Si respira insomma un clima di sfiducia nell’essere umano e di misantropia diffusa, da cui i delitti prendono forma anche quale risultante dei veleni di una società solo apparentemente sotto controllo. Tutto ciò si sublima molto efficacemente nelle scelte registiche di Molinaro. La sua è una poetica implacabile che attraverso il reiterato uso di soggettive, di sguardi accusatori, imprigiona Stéphane in un fitto reticolato di ossessioni, indotte dall’esterno, che manderanno man mano in frantumi il suo equilibrio interiore. Nel film lo sguardo indagatore e privo di compassione degli altri assumerà così, mirabilmente, un vero e proprio carattere performativo, in grado cioè di spingere il protagonista verso l’irreparabile attraverso azioni che all’inizio non sarebbe mai stato capace di compiere.
Stefano Coccia









