Cemetery of Splendour

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10.0 Awesome
  • voto 10

Mantegna tra le palme

Uomini che dormono, sospesi tra la vita e la morte, vittime di una nuova “tropical malady”. Sono dei soldati su letti di un ospedale d’emergenza ricavato da una scuola. Le finestre aperte, spalancate, il caldo, la vegetazione tropicale. Come il personaggio di Sleeping Man di Oguri Kohei, sospeso tra la vita e la morte, immerso in una natura che testimonia dell’impermanenza, della caducità, ma anche della ciclicità della vita. Hanno la postura del Cristo morto del Mantegna, su uno sfondo di palme. Sono perennemente privi di coscienza, ma capaci di avere un’erezione, essere protesi quindi alla vita. Siamo in una piccola cittadina dove le ruspe sono sempre al lavoro e una gallina con i suoi pulcini, o una misteriosa entità che ne assume le sembianze, vaga a visitare i diversi ambienti.
Solo una donna, Keng, comunica con i bei addormentati mediante poteri telepatici, o da medium, e li mette in contatto con i loro parenti. La superstizione e il karma, la realtà e la fantasia, gli esseri viventi e entità spiritiche, le creature animate e le statuette inanimate, le sculture, i re e le principesse, la mitologia, i personaggi leggendari e quelli della vita quotidiana. Dopo Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, il regista thailandese realizza un’altra opera – Cemetery of Splendour, presentata al Festival di Cannes 2015 nella sezione Un certain regard –  in cui non vi è barriera alcuna tra sovrannaturale e quotidiano, con un passaggio continuo tra le due dimensioni, così come un interscambio tra vita e morte, esseri animati e simulacri secondo una concezione animista che pervade il tutto. Se Todorov scrivesse ora il suo saggio sul fantastico, avrebbe non poche difficoltà a incasellare nelle sue categorie il cinema di Apichatpong Weerasethakul. Un regista che non ha mai negato la sua passione per i B-movie di Corman e la cultura popolare, che qui si incarna nelle figure di Clark Kent e Superman, richiamate più volte, e nella proiezione di un film, in realtà un trailer, in una sala cinematografica. Una scena esemplare per come è concepita, metà vita e metà cinema, con l’inquadratura divisa a metà in orizzontale, il pubblico nella parte in basso e metà schermo del cinema in alto, il film tagliato delle teste e della sua parte superiore. Un B-movie fantasy pacchiano, dagli effetti speciali posticci, i raggi disegnati sulla pellicola. Una subcultura cinematografica trash che Apichatpong rilancia, dopo averla assimilata e digerita. Mentre uno dei più grandi registi della storia del cinema, Mizoguchi, diceva del suo collega Ozu, di pari grandezza: «Io ho descritto lo straordinario in modo realistico. Ozu ha rappresentato l’ordinario in modo realistico, cosa ancor più difficile». Ora possiamo dire che Apichatpong sia andato oltre i due maestri, rappresentando il sovrannaturale in modo realistico. La magia combacia con la vita quotidiana, l’immanenza con la trascendenza, e la pervade. Gli aspetti sgradevoli, le deformazioni corporee, la defecazione, si sublimano; le antinomie materiche, gli elementi fondamentali, il cielo, il mare, la terra si compongono nell’immagine meravigliosa del paramecio nel cielo, che fluttua tra le nuvole. Il cielo diventa un brodo primordiale colonizzato dalle forme di vita ancora semplici, in un ritorno a un mondo ancestrale, prima dell’emersione della terra, dove cielo e mare sono un tutt’uno, dove si conserva la memoria delle vite precedenti e di quelle che verranno.

Giampiero Raganelli

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