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Cafunè

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VOTO: 7

Una carezza tra i capelli

Tra i cortometraggi di animazione in concorso all’ottava edizione, il Saturnia Film Festival ha avuto il piacere e l’onore di ospitare il vincitore del premio Goya 2025 della suddetta categoria, ossia Cafunè di Lorena Ares e Carlos F. De Vigo. Lo short scritto e diretto dalla coppia iberica è nato nello studio Dr. Platypus & Ms. Wombat da loro co-gestito, che negli anni ha dato vita a una serie di perle animate sulla breve e piccola distanza che è impossibile dimenticare come It Dawns the Longest Night, Memoirs of a Man in Pajamas e Les hirondelles de Kaboul. L’ultima in tal senso non è da meno, soprattutto per il carico di emozioni cangianti che è capace di trasmettere alla platea e per la delicatezza con la quale ha saputo trattare le complesse e troppo spesso strumentalizzate tematiche affrontate quali le migrazioni forzate, le tragedie in mare, i traumi fisici e psicologici che ne derivano e il processo di integrazione.
Tratto dall’opera E il mare ricordò i loro nomi, Cafunè racconta di una bambina rifugiata di nome Alma che rivive il trauma del naufragio di cui è l’unica sopravvissuta e in cui ha visto morire tutta la famiglia quando la sua bambola cade in una piscina, risvegliando nella sua mente tutto l’orrore di quella tremenda esperienza. Luna, la sua salvatrice e ora madre adottiva, interviene per aiutarla a superare quel trauma e ricostruire la sua vita.
Con Cafunè, gli autori portano sullo schermo un viaggio fisico ed emozionale nella memoria del trauma e lo fanno mostrando il coraggio della rinascita attraverso gli occhi di una bambina. L’opera è di quelle che fanno della potenza del parlare di grandi dolori combattuti con la bellezza dell’amore il proprio cuore pulsante. Il tutto avviene senza la spettacolarizzazione della sofferenza altrui, la fredda cronaca degli eventi e la superficialità di un certo tipo di narrazione audiovisiva, alle quali lo spettatore è ormai assuefatto e che caratterizza in negativo gran parte dei progetti che si confrontano con le argomentazioni in questione. L’approccio di Ares e De Vigo va nella direzione opposta, evitando accuratamente di scivolare nelle sabbie mobili. Già il titolo lo dimostra, con la parola tutta portoghese che non ha un corrispettivo in nessun’altra lingua e che sta a indicare l’intimo gesto di accarezzare i capelli di chi si ama per farlo sentire felice e al sicuro. Ed è proprio ciò che riceve la protagonista quando si trova a lottare con i fantasmi del passato. Lotta che si consuma prima in un cupo incipit costellato da flash di luci minacciose che attraverso una tempesta di fulmini rievocano la tragedia, poi in un presente in cui quella stessa tragedia riemerge e si riflette nello specchio d’acqua di una piscina. Queste dimensioni spazio-temporali prendono forma e sostanza mediante due tecniche visivamente e graficamente diverse di animazione 2D, laddove a un design più spigoloso e dark si contrappone uno dalle linee smussate e pulite. La resa è funzionale e rende perfettamente quelle sono le anime del racconto, quella del dramma umano della sopravvivenza e quella del ritorno alla vita.
Cafunè nei pochi giri di lancetta a disposizione, senza l’utilizzo delle parole e la sola forza di immagini impreziosite da pennellate di puro lirismo, riesce a commuovere e far riflettere con un racconto in grado di trafiggere e al contempo accarezzare le corde del cuore.

Francesco Del Grosso

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