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Bunker

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VOTO: 5

L’architettura della mediocrità

Lunga storia”, risponde il personaggio di Penélope Cruz al suo interlocutore, l’autore di un romanzo pubblicato dalla casa editrice per cui lavora, rifiutandosi di elaborare ulteriormente. Eppure, dopo un’ora abbondante di vuoto sul fronte della caratterizzazione, la storia in questione sarebbe stata interessante da approfondire. Questa reticenza di Florian Zeller a sviscerare i suoi personaggi è sintomo di una fragilità strutturale nella sceneggiatura di Bunker, terzo lungometraggio che materializza concretamente l’idea che il successo di The Father, primo e a oggi ancora unico successo del regista francese, sia da ricondurre a un miracolo passeggero. Sembra quindi destinata a ripetersi la storia del precedente The Son, schiantatosi come una meteora sul Lido assieme alle ingombranti aspettative che lo accompagnavano.
La collocazione in concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di Bunker si spiega facilmente con il cast: in un’annata carente di grandi stelle del cinema, la presenza sul tappeto rosso di Penélope Cruz e Javier Bardem, coppia nell’immaginario del film così come nella vita reale, è di vitale importanza per il prestigio di una manifestazione che punta anche sulle apparenze. È tuttavia un peccato che due attori del loro calibro non arrivino mai a confrontarsi con un climax narrativo degno di essere definito tale, dovendo rinunciare a dare sfoggio delle loro doti. Dopo l’intransigente regista di El Ser Querido, uno dei ruoli migliori della sua carriera, Javier Bardem interpreta Miguel, un famoso (e drammaturgicamente insipido) architetto che è combattuto riguardo l’accettare o meno un incarico insolito: costruire un bunker sotterraneo per il miliardario interpretato da Paul Dano. Reduce invece dal successo di The Invite – Il piacere è tutto nostro e La bola negra, Penélope Cruz veste i panni dell’altrettanto stilizzata moglie Sofia, che a seguito di questa notizia inizia a perdere rispetto per il marito. Secondo Sofia, sfruttare la possibilità di poter scegliere liberamente i propri progetti impegnandosi a salvare la pelle di un miliardario in vista dell’apocalisse non solo è degradante, ma è anche una mancanza di rispetto nei suoi confronti, che da giovane ha rinunciato ai suoi personali sbocchi professionali nel mondo dell’editoria per seguire il marito a Londra. Il dilemma professionale di Miguel, assorbito unicamente dalle sue prospettive, va quindi di pari passo con quello che sta attraversando Sofia internamente, impegnata a rivalutare le scelte di vita che l’hanno portata a vivere all’ombra del suo uomo.
La loro lussuosa casa di vetro, materiale che lascia intravedere tutto dall’esterno, si contrappone alla tendenza della famiglia a chiudersi in se stessa, ma non è abbastanza per entrare nelle vite di chi non è in grado di comunicare. Il loro inevitabile confronto, rimandato fin troppo in una narrazione che regala pochi spunti di riflessione, risulta poco credibile, aprendosi a momenti di involontario umorismo nel goffo tentativo di portare alla luce tutte le implicazioni sotterranee di un matrimonio che, complice la prevedibilità della scrittura, è eloquente già alla superficie. Zeller punta a castrare la mascolinità di Miguel, la cui paura di perdere Sofia incrina la sua autorità, ma l’unico risultato è far perdere agli spettatori stima in un uomo che non solo non comprende i bisogni della moglie, ma che al tempo stesso entra in paranoia al minimo sentore di un problema.
Se la base di Bunker è quindi quella di un dramma familiare ingessato, la sua anima è invece intrisa di fatalismo cosmico. Zeller mira a raccontare il problema dell’incremento di violenza nella società odierna dal punto di vista privilegiato della classe abbiente, pronta a fuggire dai problemi nascondendosi sottoterra invece che lavorare attivamente per prevenirli. Il modello individualista e transazionale è quindi demonizzato come antagonista definitivo dell’empatia e dei rapporti umani.
Viene riposta molta cura nello costruzione degli ambienti, che vengono poi valorizzati da una regia pulita e controllata, che libera per la prima volta Zeller dalla sensazione che stia lavorando a uno spettacolo teatrale. Stilisticamente è in apparenza accostabile ad Almodóvar, suggestione indotta dallo spagnolo e dall’utilizzo dei colori, là dove il regista spagnolo riesce a trasformare il melodramma in uno strumento funzionale alle sue indagini, Zeller si affida unicamente alle metafore come scorciatoie per comunicare ciò che i suoi personaggi non riescono a esprimere. In definitiva, Bunker lavora bene sugli spazi, accesi dalla presenza scenica e dalla chimica dei suoi attori, risultando un’esperienza cinematografica piacevole. Tuttavia la sua architettura della paura, del privilegio e della crisi coniugale, seppur visibile da ogni angolazione, manca completamente di sostanza.

Marina Pavido

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