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I figli della scimmia

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VOTO: 7,5

Essere padre

Risale al 2021 quando ancora frequentava il Centro Sperimentale di Cinematografia, con la vittoria del Premio Franco Solinas per la miglior sceneggiatura scritta a quattro mani con Damiano Femfert, il primo vagito de I figli della scimmia di Tommaso Landucci. Da quel momento di strada il progetto e il suo co-autore ne hanno fatta, con lo script e il regista toscano che hanno dovuto pazientemente attendere cinque anni prima che il film diventasse realtà. Ora quel momento è finalmente arrivato, con l’opera prima di Landucci pronta ad approdare sugli schermi dal 17 settembre 2026 con Medusa Film, ma solo dopo avere avuto una prestigiosa anteprima mondiale nella sezione Orizzonti dell’83esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia.
La pellicola ci porta al seguito di Dario, padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione. L’uomo ha anche un bellissimo rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l’equilibrio interiore di Dario e travolgere l’intera famiglia.
Partiamo dal titolo che per chi non lo avesse ricollegato chiama in causa la favola omonima di Esopo, che racconta la storia di una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro. Il film di Landucci ovviamente non è la trasposizione dell’opera letteraria dello scrittore greco. Qui, infatti, si parla di un genitore chiamato a dividersi fra due “figli”: quello reale e quello ideale. Da qui nasce un conflitto intimo, inevitabile, che mette continuamente in discussione il fragile equilibrio fra generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e rimpianto. La pellicola del regista di Lucca ne prende quindi in prestito certe dinamiche e soprattutto la morale: il destino e la natura sono più forti della volontà umana. Questa nel pratico si traduce in un tabù, un “impossibile da dire”, che riguarda l’esperienza più profonda e intima della genitorialità: nessun padre e nessuna madre desidera avere un figlio con una disabilità. Questo non mette in discussione l’amore che i genitori di persone con disabilità provano per i propri figli, ma, seppure un figlio stravolga la vita a prescindere, nel loro caso l’esistenza prende una direzione alla quale nessuno può essere preparato.
I figli della scimmia ruota e si sviluppa proprio intorno a questo “impossibile da dire”, un concetto astratto e davvero complesso da argomentare a parole, figuriamo in un film. Landucci per quanto ci riguarda ci riesce, evitando di partorire l’ennesimo clone para-hollywoodiano sull’handicap e l’essere genitori di figli affetti da disabilità. Lo fa evitando con intelligenza, sensibilità e la giusta dose di attenzione, le sabbie mobili della spettacolarizzazione del dolore e dell’epurazione. Si va al contrario diritti al sodo concentrandosi sulla verità dei rapporti, delle dinamiche e delle problematiche che chi vive sulla propria pelle certe situazioni deve affrontare nel quotidiano. Il ché porta prima la scrittura e poi la messa in scena a non omettere, bensì a narrare e mostrare con un approccio veritiero di stampo quasi documentaristico quella che è la realtà, restituendo tutto quel carico di emozioni e di stati d’animo cangianti che accompagna i personaggi.
Il tutto è alimentato da una temperatura emotiva costante che da sotterranea emerge per poi deflagrare sullo schermo nel toccante epilogo. Questo rappresenta il motore portante di un’opera che fa della verità e del minimalismo i suoi punti di forza e caratteri dominanti. Landucci, così come i suoi efficacissimi interpreti, a cominciare da un sorprendentemente partecipe Riccardo Scamarcio e dagli intensi Fausto Russo Alesi e Lidiya Liberman, lavorano in sottrazione. Davanti e dietro la macchina da presa si cerca di raggiungere sempre la giusta distanza dai corpi, dagli eventi, oltre che dalle conseguenze che ne derivano. I figli della scimmia è un film che comunica tantissimo, affronta tematiche dal peso specifico rilevante, ma senza il bisogno di sottolineare e indugiare sulle situazioni. Apparentemente accade poco in un’architettura narrativamente scarna e minimalista, tanto che la maggior parte delle scene per via del ritmo blando e dell’essere spoglie in termini di azioni, potrebbero essere percepite come dei tempi morti, quando al contrario sotto tutta la timeline, dietro ogni gesto o sguardo anche accennati e parola taciuta, ci sono piccole e grandi movimenti tellurici.E la messa in quadro asseconda in maniera simbiotica e funzionale questa modalità di racconto, approcciando la materia narrativa e drammaturgica, così come la componente performativa della recitazione, con lo stesso minimalismo e rigore formale. La cinepresa, con la complicità della fotografia di Guido Michelotti, si fa invisibile e scomparendo cattura gli accadimenti come fossimo in un documentario attraverso quadri fissi e movimenti calibrati. Spia, pedina e osserva, mettendosi a completo servizio della storia e dei personaggi. Ed è così che si materializza un “magma incandescente” che scorre sullo schermo per arrivare al cuore dello spettatore, o almeno a quello di chi sarà capace di accettare prima e accogliere poi le scelte e il modus operandi di Landucci.

Francesco Del Grosso

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