Be Natural: the Untold Story of Alice Guy-Blaché

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Ma tutto questo di Alice non si sa

La storia del cinema come ci avrebbero insegnato a scuola, se fosse materia di studio, andrebbe riscritta. Tutte le principali innovazioni tecnologiche della settima arte, il sonoro, il technicolor, erano già state inventate prima della loro introduzione ufficiale secondo quanto riportato dai libri di storia del cinema. Ogni volta c’era dietro un geniale inventore che non si vedeva mai riconosciuto nei suoi meriti. Si trattava di un neozelandese, tale Colin McKenzie. No, non è vero, questa è una storia inventata, il soggetto di un brillante mockumentary di Peter Jackson dal titolo Forgotten Silver. Sarà perché il genere del falso documentario non era ancora diffuso, ma all’epoca, a metà anni Novanta, molti spettatori credettero nella fantasiosa storia elaborata dal futuro regista di Il Signore degli Anelli. Il documentario Be Natural di Pamela B. Green, presentato al Mescalito Biopic Fest 2020, racconta una vicenda molto simile, con la differenza che si tratta stavolta di una storia vera. È quella di Alice Guy-Blaché.

Alice Guy-Blaché, francese, nata nel 1873 e morta nel New Jersey nel 1968, è una dei pionieri assoluti della storia del cinema, la prima regista e produttrice di sesso femminile, autrice del primo film narrativo, già nel 1896 ovvero un anno dopo l’invenzione del cinematografo dei fratelli Lumière. Alice era già presente, come si racconta in Be Natural, il 22 marzo 1895, alla Société d’encouragement pour l’industrie nationale nella parigina place Saint-Germain-des-Prés, dove i fratelli Lumière presentarono la loro invenzione la primissima volta, privatamente a un gruppo ristretto di amici. Lei era invitata in qualità di segretaria di Léon Gaumont che sarebbe diventato a breve un importante imprenditore nella neonata forma d’arte. Proprio al suo capo chiese di poter diventare regista e da lì si sviluppò una carriera che la portò negli Stati Uniti, ancor prima che la macchina dei sogni si trasferisse nelle colline californiane di Hollywood, dove fondò anche una sua casa di produzione, la Solax Company. Una carriera, quella di Alice Guy-Blaché, che comprende una filmografia stimata di un migliaio di opere, quasi completamente perdute. Ne sono rimaste una cinquantina perlopiù ritrovate da un collezionista dopo la morte della cineasta che, negli ultimi anni della sua vita, aveva tentato invano di recuperare le sue pellicole.
Proprio come il fittizio Colin McKenzie, anche Alice Guy-Blaché è legata a significative innovazioni tecnologiche e tematiche della settima arte. È stata una pioniera del musical avvalendosi dell’innovativa tecnologia del cronografo. Già nel 1906, nella commedia The Sticky Woman, esibisce un lungo e licenzioso bacio in una divertente gag tra due avventori in un ufficio postale le cui labbra rimangono appiccicate dalla colla del francobollo che la donna aveva appena leccato. Alice ha mostrato grande sensibilità per l’infanzia e, ovviamente, per la condizione femminile: ancora nel 1906 dirigeva un’opera da significativo titolo The Consequences of Feminism. E sempre quell’anno realizzava pure uno dei primi film sulla passione di Cristo, The Passion, oltre che il primo peplum. Nel 1912 faceva un film, A Fool and His Money, con un cast totalmente afroamericano e con una sensibilità per la questione razziale nella stessa epoca, anzi tre anni prima, di Nascita di una nazione. Era davvero avanti anche nell’uso di virtuosismi tecnici come l’esposizione multipla, lo split screen e gli effetti speciali. Eisenstein ammetteva tranquillamente di essersi ispirato alla sua opera per Ottobre e lo stesso Hitchcock la ammirava. Nonostante tutto ciò il nome di Alice Guy-Blaché, o semplicemente Alice Guy dopo il divorzio, è misconosciuto anche tra gli addetti ai lavori, come evidente in molte interviste di Be Natural. I primi, pionieri, storici del cinema come Georges Sadoul, che pure si vantava di aver visto tutti i film mai realizzati, o Jean Mitry, la omettevano nei loro manuali o trattavano la sua opera sbrigativamente e con molte imprecisioni. E tutto ciò per il fatto che Alice era una donna. Solo il lavoro più recente di attenti filologi e restauratori, come Kevin Bronlow, Jean-Michel Frodon o Serge Bromberg, intervistati nel documentario, ha rivalutato l’importanza della regista.
La storia, dell’arte, della scienza e di tutti gli altri campi, ha sempre relegato la donna in un ruolo marginale e non ne ha quasi mai riconosciuto i meriti, confinandola alle retrovie. Anche la carriera della prima regista della storia, Alice Guy-Blaché, rientra in questa ampia casistica. Ma va detto, con obiettività, che una lettura solo in questo senso della sua parabola discendente, come quella che fa Pamela B. Green in Be Natural, è una lettura parziale. Non a caso abbiamo associato il film a un mockumentary come quello di Peter Jackson. L’oblio di cui è stata vittima è l’oblio che coinvolge il cinema muto tutto, erroneamente considerato con pregiudizio come qualcosa di primitivo. Ma nel cinema muto troviamo cose incredibilmente d’avanguardia, non solo nel lavoro di Alice. Pensiamo alle macchine da presa telecomandate o sospese a cavi che usava Abel Gance. O alla vulgata che vuole  Soldato blu come il primo western dalla parte dei nativi americani, mentre nel muto ce ne sono stati tantissimi a partire da Redskin del 1929 peraltro un pioniere del technicolor. Anche la sterminata produzione di Allan Dwan, per dire, è andata in buona parte perduta com’è ovvio. Le pellicole venivano mandate al macero prima che si concepisse l’idea di conservazione. Pamela B. Green fa molte interviste a personaggi del cinema per evidenziare come nessuno di questi conosca la prima cineasta della storia. Ma se facessimo a lei domande sul cinema, la troveremmo impreparata.
Be Natural è un documentario sul cinema fatto di chi il cinema non lo conosce. È un’operazione glamour che vede Jodie Foster nel ruolo di narratrice, e lo zampino di Robert Redford nella produzione. Dove si intervistano, del tutto inutilmente, celebrità come Geena Davis, Peter Farrelly, Michel Hazanavicius, Ben Kingsley, Marjane Satrapi, Kathleen Turner. Lo stile del documentario vuole essere innovativo e trendy, con montaggi frenetici e ritmi forzati. Esibisce una gran quantità di animazioni digitali, con effetti ‘collage’. E usa un linguaggio da internet, nelle topografie virtuali tridimensionali, nelle interviste fatte a distanza e nelle ricerche stesse, dei discendenti e del materiale, fatte con motori di ricerca e non in polverosi archivi. Un’estetica paradossalmente che anticipa l’era covid, con le sue schermate di volti in stile Zoom. Più interessante è l’idea del mostrare l’indagine nel suo farsi, in tutti quei retroscena che sarebbero omessi in un documentario ordinario. Ma il risultato è un sovraccarico estetico e di contenuti faticoso da seguire. Un sano e vecchio documentario, opera di studiosi, sarebbe stato viceversa perfetto per il soggetto trattato.

Giampiero Raganelli

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