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Art College 1994

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VOTO: 7

In un mondo in continuo divenire

Quali sono i criteri secondo cui una creazione possa essere definita a tutti gli effetti un’opera d’arte? In che modo la produzione artistica si sta evolvendo? E, domanda ancora più complicata, che cos’è l’arte? Attraverso una serie di lunghe riflessioni sul tema, dunque, si sviluppa il lungometraggio d’animazione Art College 1994, opera seconda del regista e pittore cinese Liu Jian, presentata in concorso alla 73° edizione del Festival di Berlino.

In questo suo secondo lavoro, dunque, Liu Jian si è avventurato per un sentiero tutt’altro che facile da percorrere. Già, perché, di fatto, se è vero che tali questioni risultino sempre attuali, a prescindere dal periodo storico in cui viviamo, è anche vero che è pur sempre rischioso scadere in banali luoghi comuni o, comunque, nel già detto. Ad ogni modo, il regista ha deciso di ambientare questa sua storia – come possiamo vedere dal titolo – proprio nel 1994. Un anno cruciale sotto molti punti di vista. Nel 1994 è morto Kurt Cobain. Nel 1994 l’arte concettuale aveva ormai prepotentemente preso piede in tutto il mondo. E mentre c’era ancora chi cercava di emulare grandi maestri del passato, era molto facile trovare, all’interno di una mostra, semplicemente un letto disfatto, quale opera innovativa e fortemente simbolica.
Le vicende messe in scena, dunque, sono quelle di un gruppo di studenti d’arte presso il Chinese Southern Academy of Arts. I sogni sono tanti e diversificati, le ambizioni anche. E mentre c’è chi, dopo essere andato contro ogni regola, si ritrova isolato e perennemente squattrinato, c’è anche chi mostra un po’ troppo coraggio nel voler a tutti i costi percorrere nuovi sentieri, senza aver prima imparato dal passato. Allo stesso modo, mentre c’è chi sogna, un giorno, di poter tenere un concerto lirico tutto suo, c’è anche chi è disposto ad abbandonare obiettivi e speranze, perché “un bel matrimonio è meglio di un buon lavoro”.
Art College 1994 è un film corale, estremamente vivo e pulsante. Ognuno dei protagonisti sta attraversando una fase decisiva della propria vita, ognuno pensa di sapere quale strada voglia prendere, ognuno, al contempo, si trova a dover affrontare nuovi, inaspettati eventi. Ciò che costantemente caratterizza questo lungometraggio di Liu Jian sono fitti dialoghi – che spesso sembrerebbero addirittura ricordare un flusso di coscienza – figure dai tratti netti e minimalisti che su muovono su fondali raffiguranti ora palazzi pieni di graffiti ora muri su cui sono appese variopinte opere d’arte e, soprattutto, l’immagine non di uno, ma di ben due mondi – quello dei giovani studenti e il mondo dell’arte stesso – in continuo divenire.
Amori (im)possibili, piccoli, grandi litigi e crisi personali, dunque, ben si sposano con momenti di leggera ironia, piacevoli come una fresca brezza primaverile. E anche se questo interessante Art College 1994 soffre, a volte, di qualche frase fatta o di qualche lungaggine di troppo, Liu Jian è comunque riuscito a regalarci un prodotto più che dignitoso, che ha a sua volta contribuito a rendere il concorso della 73° Berlinale ancora più variegato.

Marina Pavido

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