Arrivederci professore

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

L’ultimo trimestre

A una manciata di giorni dalla prima apparizione pubblica in terra nostrana alla seconda edizione del Filming Italy Sardegna Festival, Arrivederci professore approda in sala a partire dal 20 giugno con Notorious Pictures. La pellicola diretta da Wayne Roberts, qui alla sua seconda esperienza sulla lunga distanza dopo Katie Says Goodbye (2016), racconta la storia di Richard, un professore universitario che, quando scopre di avere un cancro e poco tempo ancora a disposizione, decide di sfruttarlo al meglio e di cogliere ogni occasione che incontra sulla sua strada. La vita di Richard, grigia e ripetitiva fino a quel momento, tra un rapporto complicato con la moglie e un lavoro poco appagante, si trasforma improvvisamente e si colora di leggerezza, entusiasmo, autenticità.
L’impressione immediata che si avverte già dalla lettura della sinossi, ossia di ritrovarsi a fare i conti con una serie di déjà-vu di più o meno forte intensità, trova corrispondenze nel corso della fruizione. Lo spettatore di turno, infatti, ha spesso la sensazione di assistere a situazioni, dinamiche narrative e costruzione dei personaggi, già esplorate e delineate in passato. Del resto di uomini agli sgoccioli della vita che cercano nel poco tempo a loro concesso da una malattia terminale di dare un senso al tutto rivedendo le proprie posizioni, rimediando ai propri errori e perché no provando esperienze nuove, sul grande schermo se ne sono visti moltissimi. Così come le vicende di moltissimi professori fuori dagli schemi, il più delle volte di letteratura, hanno trovato spazio al cinema.
Roberts mescola entrambi i percorsi drammaturgici e le tipologie di personaggi facendoli convergere in uno script dove tanto il plot quanto la one line del protagonista, quella di un insegnante che impara ad amare la vita e trasmette questa lezione ai suoi studenti, incoraggiandoli a vivere a pieno e a non sprecare neanche un attimo, non brillano di certo per l’originalità. In tal senso, è sufficiente riavvolgere il nastro temporale per ritrovare analogie in pellicole del passato: dal più scontato L’attimo fuggente al recente Entre les murs, da Il club degli imperatori sino al nostro Io speriamo che me la cavo. La lista sarebbe infinita, per cui ci siamo limitati a citare solo qualche titolo per rendere l’idea.
Di conseguenza, i motivi di interesse il pubblico deve andarseli a cercare da altre parti nel progetto, a cominciare da chi veste i panni non facili del protagonista. Johnny Depp lascia ancora una volta nel cassetto (vedi City of Lies – L’ora della verità) quelle maschere che il più delle volte è stato chiamato a indossare e ci mette la faccia e la bravura. I continui cambi di registro tra commedia politicamente scorretta e dramma umano lo hanno messo nelle condizioni di lavorare al meglio, aggiungendo un tassello di valore alla sua galleria di personaggi. In tre dei sei capitoli complessivi (l’incipit e gli ultimi due) che vanno a scandire l’addio di Richard alla cattedra del college dove insegna, dagli amici di lunga data e dalla famiglia, l’attore americano impreziosisce la sua interpretazione e di riflesso il film con un efficace switch tra humour nero e senza peli sulla lingua con l’intensità crescente e la sofferenza delle sue parole di commiato. Arrivederci professore ha quindi nella performance di Depp la sua ancora di salvataggio e il suo motore portante. Non è da considerare la sua performance migliore, ma sicuramente è tra quelle più convincenti di questa seconda fase della carriera. Ora non ci resta che aspettare di vedere i suoi prossimi impegni, ossia Waiting for the Barbarians e Minamata, per capire se proseguirà su questa strada, se cambierà rotta oppure se sceglierà di ritornare sui suoi passi, quelli del trasformismo.

Francesco Del Grosso

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