Anna Karenina: Vronsky’s Story

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Ricordando Anna Karenina

“Anna Karenina” è il monumentale romanzo che Lev Tolstoj (1828-1910) pubblicò nel 1887, dopo un’iniziale divulgazione a puntate nel periodico “Russkij vestnik” (“Il messaggero russo”). È uno di quei testi letterari molto amati dalle case di produzioni cinematografiche, però, non per la sopraffina arte letteraria dello scrittore russo, ma solamente per aver forgiato un affascinante e tragico personaggio femminile che muore per amore. È proprio su tale aspetto drammatico che regolarmente il romanzo viene pubblicizzato al grande pubblico, tralasciando la molto più complessa e stratificata indagine ferina sull’alta società moscovita dell’Ottocento, in cui sfortunatamente vive e si trincera la Karenina. Attraverso questo furbesco marketing, che punta maggiormente proprio su questa porzione narrativa sentimentale che scorre dentro il corposo tomo, si sono appiattite le differenti trasposizioni cinematografiche e televisive, sfornando di solito adattamenti mediocri.

Discettare di Anna Karenina a livello cinematografico, significa ricordare in primis la versione in bianco e nero di Clarence Brown del 1935, famosa solo per l’indimenticabile interpretazione di Greta Garbo, che già nel 1927 interpretò il medesimo personaggio nella pellicola muta Love, diretta da Edmund Goulding. Va menzionata anche la corretta Anna Karenina (1948) di Julien Duvivier e interpretata da Vivien Leigh e, semplicemente per un lancio pubblicitario che fu in grande stile, la mediocre Anna Karenina (1996) di Bernard Rose e con Sophie Marceau, girata completamente nella Russia post-sovietica. Del 2012, invece, la versione più curata e rispettosa del testo, la Anna Karenina di Joe Wright con Keira Knightley. Bisognerebbe partire proprio da questa trasposizione americana, più che dall’adattamento dal libro, per capire quest’ultimo adattamento cinematografico di pura produzione russa. Anna Karenina: Vronsky’s Story di Karen Sachnazarov, visto al festival Cineuropa #32, più che una solerte trasposizione dal romanzo sembra una scialba produzione che vuole competere con le pellicole americane della stessa risma. Vi sono sequenze di battaglie e scene di massa, sfarzo di costumi e di scenografie, ma il tutto è senza spessore e privo di mordente. Vi è, soprattutto, un pathos d’accatto. Eppure, la trasposizione curata dallo stesso regista, che mischia il romanzo di Tolstoj con i testi “During the Japanese War” e “Stories about the Japanese War” di Vikenty Veresaev, ha almeno un aspetto interessante, seppure troppo cinematografico. Si tratta di mostrare la tragica storia di Anna Karenina tramite la rievocazione di Vronskij, convalescente in campo di battaglia durante la guerra tra la Russia e il Giappone del 1905. Questa forma di narrazione, frazionata in flashback simili a “puntate” perché Vronskij racconta al figlio della Karenina le vicende della madre un pezzetto al giorno, fa tornare la composizione della storia al formato letterario primigenio. Dentro questa “nuova” struttura a memoria, però, scorre un film che punta di nuovo sulla tragica vita della protagonista, incidendo una critica solo superficiale verso l’alta società dell’Ottocento in cui vive. Unico momento cinematografico capace di mostrare questo disprezzo della società verso la Karenina, appare nella scena del teatro, in cui la presenza della protagonista viene accolta come disgustosa e inappropriata. Sequenza che ricorda la stessa situazione in cui si trovava Madame Olenska in L’età dell’innocenza di Martin Scorsese, pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Edith Warthon pubblicato nel 1920. Testo americano che, tra l’altro, ha molti punti in comune con quello di Tolstoj. Quest’ultima versione di Anna Karenina, completamente russa, più che un’amorevole trasposizione, sembra solamente mostrare come la mitica Mosfil’m, fondata nel 1920 e dal 1998 presieduta da Karen Sachnazarov, sia ancora capace di realizzare pellicole di grande sontuosità e abili a competere con i kolossal in costume americani.

Roberto Baldassarre

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