Nureyev – The White Crow

0
6.0 Awesome
  • voto 6

Le due vite di Rudolf Nureyev

A sole poche settimane dall’uscita in sala – come evento speciale – del documentario Nureyev (per la regia di Jacqui e David Morris), ecco fare la propria apparizione sugli schermi del Torino Film Festival 2018 il lungometraggio Nureyev – The White Crow, terza regia per l’attore Ralph Fiennes, all’interno della sezione Festa Mobile di questa trentaseiesima edizione della storica manifestazione torinese.

Mai come in questo anno, dunque, a venticinque anni dalla morte, il celebre ballerino russo Rudolf Nureyev è stato omaggiato dal mondo della settima arte, all’interno del quale in molti si sono lasciati affascinare dal suo talento, ma anche dal suo difficile carattere, tanto appassionato quanto irascibile, tanto desideroso di fuggire alla sua terra, quanto nostalgico della sua infanzia e dei momenti passati insieme a sua madre. Ed è proprio ispirandosi al suo singolarissimo carattere che a Fiennes è venuta l’idea per il titolo di questo suo terzo lavoro dietro la macchina da presa: The White Crow, il corvo bianco, indicato generalmente come una rarità, come qualcuno che, per un motivo o per l’altro, si differenzia dalla massa (proprio come una didascalia in apertura del film ci spiega).
E così, prendendo spunto dalla biografia scritta da Julie Kavanagh (con una sceneggiatura firmata David Hare), Fiennes ha messo in scena un Nureyev (impersonato da Oleg Ivenko) anticonformista e ribelle, con tanta voglia di sperimentare e che non ha paura di andare contro i grandi maestri che, nel corso degli anni, gli hanno insegnato a ballare. Una messa in scena, questa, che, al pari dello stesso protagonista e della sua voglia di tentare il nuovo, non ha paura di osare nuove strade, di azzardare scelte registiche che, lì per lì potrebbero anche disorientare lo spettatore.
In primo luogo, abbiamo diversi livelli spazio-temporali: con un frenetico alternarsi di flashback e flashforward, vediamo dapprima la nascita a bordo di un treno del celebre ballerino, poi il suo trasferimento a Parigi e ancora i momenti legati alla propria infanzia, per poi tornare alle giornate decisive (in piena Guerra Fredda) in cui il giovane ha scelto definitivamente di non fare più ritorno in Russia.
In secondo luogo, vi è un raffinato lavoro sulla fotografia e sulla contrapposizione che vede una Russia povera (dai colori virati al grigio e fortemente desaturati), in confronto a una Francia in cui il lusso e la bella vita svolgono ruoli da protagonisti, con imponenti edifici, palazzi sfarzosi e abiti eleganti.
Contrasti, questi, fortemente riusciti, se non fosse per il fatto che, purtroppo, questo ultimo lavoro di Fiennes regista fatica – per tutta la prima metà – a decollare, con tanto di momenti ingiustificatamente contemplativi e dai ritmi discontinui (soprattutto per quanto riguarda le scene ambientate a Parigi) e una macchina da presa che altro non fa che riprendere in modo ossequioso e quasi un tantino intimorito i maestosi monumenti e gli sfarzosi edifici della Ville Lumière, perdendo per strada ciò che inizialmente voleva rappresentare.
Di fronte a tutto ciò, lo stesso regista ci appare fortemente disorientato, spaesato, quasi al pari di un pittore davanti a una tela bianca che non sa come iniziare la propria opera. Questo, almeno, durante la prima ora. Man mano che ci si avvicina al finale, al contrario, il lungometraggio sembra improvvisamente riprendersi, i ritmi vengono calibrati in modo più adeguato, si dà finalmente spazio a necessari snodi narrativi e persino i personaggi sembrano assumere tratti caratteriali più marcati e meglio definiti. Persino Rudolf Nureyev, dunque, diventa improvvisamente Rudolf Nureyev, riuscendo a catalizzare l’attenzione dello spettatore al pari di quanto, quando era in vita, ha fatto lo stesso ballerino con chiunque abbia avuto modo di incrociare il suo cammino.

Marina Pavido

Leave A Reply

tre × quattro =