American Pastoral

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Un’imperfetta saga a stelle e strisce

Se esiste uno scrittore contemporaneo che vede sistematicamente mortificata la propria arte letteraria nel passaggio tra la pagina e il grande schermo, ebbene quello risponde al nome di Philip Roth. La variegata ricchezza della sua prosa, flusso inarrestabile di pensieri sui capisaldi della (non?) cultura americana, subisce ogni volta il medesimo trattamento da produttori e registi che progettano di far soldi con il suo nome in evidenza: neutralizzare la componente “anarchica” del versante sia umanista che socio-politico contenuta nei vari testi per mettere al contrario in bella evidenza quella melodrammatica, tra amori languidamente impossibili e difficoltosi rapporti famigliari. Fermandosi ad un gradino di distanza, quando va bene, dal partorire materiale narrativo buono per una soap-opera.
Si riponeva, da un punto di vista critico, qualche speranza nell’esordio alla regia di Ewan McGregor, attore di vaglia e fama quindi teoricamente in grado di assumersi qualche rischio e rendere giustizia a Roth nel passaggio cinematografico di una delle sue opere più conosciute, cioè “American Pastoral”. E invece nulla, perché la montagna ha finito con il partorire il più classico dei topolini. In tutta evidenza il “coraggio” di McGregor nello scegliere lo spunto narrativo per la propria opera prima si ferma appunto alla decisione di trarre un film da un fluviale romanzo per molti versi poco propenso ad essere tradotto in immagini. Tutto il resto, la parte che avrebbe dovuto costituire il nucleo di una esemplare epopea americana, viene ridimensionato a polpettone di maniera offerto in tavola in confezione senz’altro lussuosa, per cercare di accontentare ogni palato possibile, ma proprio per questo assai poco digeribile una volta assaggiato. E pensare che il personaggio principale Seymour Levov (interpretato dallo stesso Ewan McGregor), detto “Lo Svedese” per la bellezza statuaria (?), conteneva sulla carta stampata entrambe le stimmate della perfetta incarnazione dell’American Dream. Innamorato e presto sposo di una reginetta di bellezza locale (Jennifer Connelly, miracolosamente uguale a se stessa a venti come a sessant’anni, nel corso del film), ricco borghese pronto a rilevare l’industria paterna, con villa fuori città nonché cavalli e mucche da allevare in un panorama paradisiaco esaltato dalla stucchevole fotografia densa di preziosismi di Martin Ruhe. Il grosso neo di una situazione così idilliaca è però rappresentato dalla figlia Merry (una volenterosa, ma non di più, Dakota Fanning), la quale sin da piccola manifesta una natura contestatrice del regime placidamente conservatore di famiglia, fatto che in seguito la porterà ad intraprendere la lotta armata contro lo status quo, da combattere a colpi di esplosivo. Ma la ribellione ideologica messa in campo in American Pastoral suona ancora una volta mero pretesto per ricondurre l’insieme ad una poco originale e molto superficiale esplorazione di un tormentato rapporto padre/figlia la cui natura intrinseca ricorda non poco il melodramma da discount contenuto in Padri e figlie di Gabriele Muccino: molte svolte narrative ricattatorie e ben poco sentimentalismo sincero. La dimensione del dramma – definiamolo così – resta assolutamente privata, mai facendosi illuminante esempio di una Storia, quella statunitense, edificata sin dalle fondamenta sulle contraddizioni e il sangue. Viene dunque meno qualsiasi partecipazione empatica da parte dello spettatore, costretto a muoversi in un gioco risaputo le cui regole sono imposte dall’alto, con personaggi monodimensionali che animano una vicenda lontana da qualsiasi pretesa, anche stilistica, autoriale.
Era abbastanza ovvio che per la trasposizione cinematografica di American Pastoral sarebbe stato necessario un processo di semplificazione nei confronti di un materiale narrativo a dir poco stordente nella propria abbondanza; e tuttavia ancora una volta un romanzo di Philip Roth – dopo i mezzi disastri de La macchia umana di Robert Benton (2003) e Lezioni d’amore di Isabel Coixet (2008) – mai avrebbe meritato l’affronto di una retrocessione da definitivo epitaffio sull’America di ieri e di oggi a lungometraggio in cerca di lacrime facili che non sgorgano mai.

Daniele De Angelis

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