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AIR – La storia del grande salto

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VOTO: 7

Quel 1984 che non era il 1984

Una scarpa è solo una scarpa, finché qualcuno non la indossa”.  La frase che Sonny Vaccaro (Matt Damon) utilizza per convincere Michael Jordan a diventare il nuovo sponsor della Nike diviene in maniera incisiva la logline del nuovo film diretto da Ben Affleck: Air – Courting a Legend (in Italia tradotto in maniera decisamente meno incisiva come Air – La storia del grande salto).
È il 1984, e tra Lady D, il lancio del Macintosh, Tetris e il nuovo album di Bruce Springsteen, Born in the U.S.A. (significativamente menzionato a più riprese all’interno del film), Michael Jordan si appresta a diventare uno dei giocatori più forti dell’NBA e la più riconoscibile icona della cultura popolare. In quello stesso 1984 Phil Knight (Ben Affleck) deve capire come rialzare la sua azienda in declino: allora la Nike era quotata solamente al 17%, differentemente dai suoi concorrenti – primi fra tutti l’Adidas.
Il film si apre dunque con una coppia di momenti oppositivi: lo sfarzo pop degli anni ’80 – quei famosi e nostalgici “anni di plastica” in immagini derivanti soprattutto da spot televisivi (nuovamente Hollywood che riflette sulla sua memoria mediatica), contrapposto a quello in cui Rob Strasser (Jason Bateman) esordisce dando ragione ad Orwell: “questo 1984 è davvero difficile” (quasi in risposta al celebre spot di Steve Jobs “And you’ll see why 1984 won’t be like 1984”).
L’intera narrazione è retta dalla tensione tra un fallimento imminente e una svolta ineguagliabile: è questo il conflitto centrale di tutti i personaggi che si muovono all’interno di una sceneggiatura incredibilmente classica dal ritmo sorkiniano (i dialoghi veloci e irriverenti, il costante movimento dei personaggi, i frequenti climax ascendenti). Lo stesso conflitto del resto non muove solo la storia, ma anche la visione di una nazione che proprio allora subiva dei cambiamenti irreversibili. Da una parte vi è la critica lucida al sogno americano – nuovamente, è il personaggio di Bateman a suggerirlo in maniera esplicita, recensendo il nuovo pezzo di Springsteen con un sentimento di cinismo – la deriva di un paese che in quegli anni faceva i conti con un neocapitalismo inarrestabile. Dall’altra vi è la dedica nostalgica a un momento in cui la cultura postmoderna si fonde con la capacità esclusivamente statunitense di creare degli immaginari forti ed indistruttibili. La svolta nella costruzione della Brand Identity avviene proprio da un’intuizione: l’idea di puntare tutto su una persona, un unico talento, un’unica immagine che sarebbe diventata eterna.
Del resto, come suggerisce provocatoriamente Viola Davis nei panni della madre di Jordan: “Una scarpa è solo una scarpa, finché mio figlio non la indossa”.  La risposta in rima al discorso di Vaccario è la descrizione accurata del cambiamento delle strategie di marketing che da allora avrebbero rivoluzionato non solo il mondo dei consumi, ma anche quello dell’industria culturale.
Per questo non è casuale che Michael Jordan, all’interno della narrazione, sia assolutamente messo in secondo piano: non solo dalla regia (non viene mai inquadrato se non in qualche sequenza, ma solo di spalle), ma anche dalla stessa sceneggiatura. Egli è un protagonista assente, costituisce l’obiettivo ultimo dei personaggi senza mai assumere un ruolo attivo all’interno dell’universo filmico. L’aura fantasmatica, quasi divina, che connota la sua figura è il tratto incisivo della nostra contemporaneità: riconoscere l’immagine senza neppure vederla.
Questo Sony Vaccaro lo aveva intuito bene, e il 1984 diventa l’anno in cui la Nike ingaggia Jordan per 25 milioni di dollari, una percentuale su ogni scarpa venduta e un’auto nuova, diventando una delle multinazionali più potenti al mondo.
Air non è la storia di una trattativa, ma quella di una scommessa: il momento di confine quando bisogna accettare il rischio per raggiungere l’apice.

Silvia Campisano

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