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20.000 specie di api

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VOTO: 7,5

Chiamami con quel nome

Dopo la conquista dell’Orso d’Argento per la miglior performance protagonista alla 73esima Berlinale, la vittoria di altri importanti riconoscimenti ai festival di Calgary, Atene, Seattle, San Sebastián, Hong Kong e Guadalajara, la candidatura al LUX Audience Award e a ben quindici premi Goya, per 20.000 specie di api è venuto il momento di affacciarsi anche nelle sale italiane dopo una prima apparizione lo scorso novembre alla 24esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce. A farci questo regalo è Arthouse, che ha deciso di portare nei cinema nostrani la delicata e intensa opera prima di Estibaliz Urresola Solaguren a partire dal 14 dicembre 2023.
La pellicola scritta e diretta dalla regista spagnola, già autrice di pluridecorati cortometraggi, racconta la storia di Cocó, una bambina di otto anni che fatica ad accettare che la gente attorno a lei continui a chiamarla in modi confusi. Si sente fuori posto e non capisce perché. Non si riconosce nel suo nome di battesimo, Aitor, né nello sguardo e nelle aspettative di chi ha intorno. Durante un’estate trascorsa nella campagna basca a casa della nonna, tra gite al fiume, l’apicoltura e i saggi consigli di sua zia Lourdes, la protagonista inizia a esplorare la sua identità insieme alle donne della sua famiglia, che nello stesso tempo riflettono sulle proprie vite e fanno i conti con i propri desideri. Solo così riuscirà forse finalmente ad affrontare i propri dubbi e le proprie paure, trovare la sua vera identità e decidere così qual è il suo nome.
Tra le righe della sinossi si intravedono quali siano le traiettorie del percorso drammatugico seguito, ma anche i colori della tavolozza utilizzati dall’autrice per tradurle in immagini e parole. Siamo nel complesso e accidentato terreno del romanzo di formazione con temi e stilemi annessi, incastonato all’interno di un dramma familiare che parla di legami e confronti generazionali. La linea orizzontale dominante è e resterà il cammino di Cocó, con la narrazione che si aprirà poi a ventaglio allargando i propri orizzonti drammaturgici e tematici anche alle dinamiche familiari. Un modus operando che riporta la mente per tutta una serie di similitudini a un altro film premiato in precedenza al Festival di Berlino, ossia ad Alcarràs di Carla Simón, anch’esso incentrato sulla vita rurale, i cambiamenti e la casa, anche se i conflitti che suscita sono diversi, ma ugualmente universali. In 20.000 specie di api si affrontano argomentazioni dal peso specifico rilevante come la pluralità, l’esplorazione e la trasformazione attraverso una narrazione ricca di sottigliezze e simboli che viaggiano sui binari della verità e della metafora, a cominciare dal numero di insetti citati nel titolo e dall’alveare che a più riprese viene chiamato in causa e messo in scena per parlare di tensioni tra l’individuo e il collettivo all’interno delle dinamiche domestiche. Il tutto mantenendo una sobrietà, una sensibilità, un’eleganza, una poesia e una leggiadria rare in un cinema sempre più proiettato verso la prepotenza di un detto e di un mostrato a tutti i costi.
La cineasta di Bilbao decide invece di lavorare in sottrazione già dalla fase di scrittura, lasciando poi alla macchina da presa e alle potentissime interpretazioni della giovanissima Sofía Otero e delle più esperte Patricia López Arnaiz e Ane Gabarai il compito di trasmettere tutto ciò che c’è da trasmette allo spettatore in termini di significante e significato, compreso il magma incandescente di emozioni cangianti e stati d’animo che imploderanno sullo schermo nel potentissimo epilogo bucolico di un autentico inno alla diversità.

Francesco Del Grosso

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