Abrakadabra

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Giochi di prestigio

Adesso, in un certo senso, anche i fratelli Onetti hanno il loro The Prestige. Numeri di illusionismo. Rivalità tra prestidigitatori. Trucchi incredibili con cui sorprendere il folto pubblico. Ma durante la visione del loro Abrakadabra (2018), coproduzione portata avanti tra Argentina e Nuova Zelanda, si ha l’impressione che il vero gioco di prestigio consista nel creare un’illusione particolare; quella che il grande giallo italiano anni ’70, riemergendo dalle nebbie del tempo, abbia cominciato a rivivere sul grande schermo.
La cifra stilistica di Luciano e Nicolás Onetti, fratelli argentini innamorati dei capolavori di Dario Argento, si è affermata sin dal lungometraggio d’esordio, Sonno profondo (2013), come variazione sul tema e filologica rivisitazione dei vari L’uccello dalle piume di cristallo, 4 mosche di velluto grigio, Profondo rosso. Se ne citano la suspense, le inquadrature, i particolari, le ossessioni autoriali con una genuina passione, che traspare da qualsiasi elemento possa contribuire alla confezione dei loro film: dalle location ansiogene a determinate scelte cromatiche, dai macabri dettagli degli omicidi più efferati a quei traumi destinati a riaffiorare violentemente dopo essere stati sepolti a lungo nel passato, dalla musica che riecheggia il prog dell’epoca (e quindi i Goblin) alla stessa scelta di far parlare i protagonisti in un italiano, magari stentato, che alluda ad una ipotetica ambientazione nella nostra penisola. Tutto abilmente “contraffatto”, però, nella remota Argentina.

Torniamo comunque ad Abrakadabra, secondo film di questi fratelli Avati dell’emisfero australe dopo l’anomalo Los Olvidados (estraneo alla trilogia “argentiana”, cui appartiene anche il lungometraggio Francesca datato 2013, poiché concepito invece come omaggio allo slasher statunitense), ad essere firmato anche da Nicolás, che in precedenza aveva coadiuvato il fratello Luciano soprattutto a livello produttivo e di sceneggiatura. Questo loro nuovo lavoro, presentato in concorso al XVI° Fantafestival, trae origine nella finzione dalla tragica esperienza cui era andato incontro un certo Dante, noto prestigiatore rimasto misteriosamente ucciso durante un numero di magia. Trentacinque anni dopo vediamo il figlio Lorenzo, illusionista a sua volta, prepararsi ad uno spettacolo che avrà luogo in uno nei principali teatri della città. In attesa della prima, si assiste però ad alcuni atroci delitti, i cui indizi portano proprio verso il prestigiatore. Da qui ha origine una spasmodica ricerca del killer da parte dello stesso Lorenzo, che cercherà fino all’ultimo di scagionarsi scoprendo l’identità del vero assassino e il suo contorto movente…
Rispetto ai film precedenti della grandguignolesca saga, che continua a riecheggiare fieramente gli stilemi di Argento, Lado, Fulci, Bido, l’approccio degli Onetti Brothers ci ha convinto a metà. Per carità, l’elemento della magia si è inserito bene nella labirintica impalcatura narrativa e la sadica preparazione dei delitti ha un fascino innegabile. Più contorta che in passato e forse anche un po’ meccanica appare, invece, la contestualizzazione delle azioni del protagonista nella storia; creando così un divario più ampio tra la ricerca formale, che rischia d’essere di maniera ma continua imperterrita a sedurre lo sguardo, ed una traccia diegetica da cui scaturiscono al contrario più dubbi del solito.

Stefano Coccia

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