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Nowhere

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VOTO: 6,5

La perfezione non esiste

Si è fatto conoscere e apprezzare dal pubblico e dalla critiche grazie a una serie di interpretazioni che hanno lasciato il segno come quelle in Romulus, Il muto di Gallura e Il Divin Codino. Si tratta di Andrea Arcangeli, l’attore pescarese che dopo anni trascorsi sui set per dare vita a numerosi personaggi per il grande e piccolo schermo ha deciso di mettersi in gioco e passare, come molti altri colleghi e colleghe prima di lui, dall’altra parte della macchina da presa. Un debutto alla regia che arriva in un momento particolarmente intenso per l’attore, protagonista di diversi progetti recenti: da Il falsario di Stefano Lodovichi, a Prima di noi di Daniele Luchetti, fino a Io sono Rosa Ricci di Lyda Patitucci. Tre lavori che confermano la sua presenza sempre più centrale nel panorama audiovisivo italiano. Ha voluto compiere questo primo importante passo misurandosi con la distanza breve, dirigendo e scrivendo (affiancato alla sceneggiatura da Edoardo Natoli e Giacomo Carraro) il cortometraggio Nowhere, presentato alla 44esima edizione del Sulmona International Film Festival dopo l’anteprima mondiale al Bif&St 2026.
Per godersi appieno l’esperienza, Arcangeli si concentra unicamente sulla regia e la direzione degli attori, scegliendo di non recitare e di non ritagliarsi nessun ruolo, affidando quelli principali a colleghi di talento come Sofia Conti e Andrea Palma. Quest’ultimo veste i panni di un uomo insoddisfatto, intrappolato nella continua ricerca di un ideale di perfezione che sembra sfuggirgli. In questo inseguimento costante, il protagonista rischia di perdere di vista ciò che ha già davanti agli occhi, dando vita a un racconto che riflette sul desiderio, sull’identità e sulla difficoltà di vivere davvero il presente. Il titolo in tal senso è una chiara lettera d’intenti di quello che il neo-regista abruzzese ha voluto in parte rappresentare, con l’unione delle parole inglesi “now” (adesso) e “where” (dove), per identificare la tendenza delle persone — in particolare nel mondo occidentale — a essere costantemente “da nessuna parte” perché incapaci di vivere appunto nel momento presente. Nel mentre, l’autore esplora l’ossessione del desiderio e la ricerca infinita di qualcosa che non si possiede, un tema ispirato anche alla filosofia buddhista e zen e alla riflessione sull’aspirazione alla perfezione.
Con un’opera che nasce da un’urgenza, quella di raccontare qualcosa di personale e intimo, Arcangeli si confronta e prova a dare una forma narrativa, drammaturgica e audiovisiva a tematiche universali, piuttosto alte e dal peso specifico non indifferente. Il ché gli va riconosciuto in termini di coraggio, dato il coefficiente decisamente elevato che argomentazioni di questa portata richiedono. E infatti il peso di fa sentire, con la scrittura e la conseguente trasposizione che non riescono a trasferire nel plot prima e nella timeline poi concetti così complessi e stratificati, difficilissimi da rappresentare e riassumere in generale, figuriamoci in un arco temporale così ristretto e dal respiro corto come quello messo a disposizione dalla distanza breve. Di questo non se ne può fare una colpa all’autore, proprio per la complessità nel raccontare una storia che chiama in causa argomentazioni difficili ed esplora dinamiche interne ai personaggi altrettanto difficili. Nowhere e il suo autore tuttavia ci provano, ma per forza di cose si trovano costretti a rimanere in superficie, con gli interpreti che provano a loro volta a offrire un contributo dando corpo e voce al tumulto interiore di emozioni e stati d’animo dei personaggi, uno su tutti quello del protagonista.
Dove invece Arcangeli riesce a tradurre simili concetti astratti in materia tangibile e a matchare con i contenuti è nella messa in quadro. L’elaborazione del linguaggio e dello stile adottati ben si sposano con quelle che erano le intenzioni della scrittura. Girare in 4:3 e privilegiando i primi piani chiude il personaggio dentro una sorta di gabbia, come se si autocensurasse lo sguardo. Così facendo si riesce a raccontare un uomo alla costante ricerca di qualcosa che è sempre oltre ciò che possiede, incapace di vedere davvero le persone che ha davanti. Per questo le donne che incontra sono fuori fuoco, di spalle o frammentate, fino all’unica figura femminile che vediamo davvero. In questo modo sono gli occhi del protagonista, la loro fame e la loro confusione, i veicoli della rappresentazione filmica e il dispositivo visivo perfettamente in linea. Così come lo è la componente cromatica, con la palette di colori scelta dal direttore della fotografia Filippo Marzatico per rappresentare prima con il blu, poi con l’ocra e infine con il rosso, i passaggi del racconto e i corrispettivi stati d’animo del personaggio, per chiudere con l’esplosione dei colori e la piena messa a fuoco nel momento in cui ci si trova al cospetto di una possibile apertura alla vita.

Francesco Del Grosso

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