Il Divin Codino

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7.0 Awesome
  • Voto 7

Baggio tra passione, cadute e riprese

«Il codino è nato per gioco: in hotel c’era una cameriera di colore con delle treccine stupende, mi complimentai e lei dopo due ore era lì che mi faceva le treccine. Poi quando i capelli divennero molto lunghi mi sono limitato a un elastico, ma non ho mai pensato che quel codino mi avrebbe rappresentato», ha rivelato Roberto Baggio nel corso della conferenza stampa di presentazione del film Il Divin Codino, dal 26 maggio su Netflix (realizzato in associazione con Mediaset e prodotto da Fabula Pictures).
Chi si aspetta di vedere le azioni memorabili in campo del calciatore potrebbe rimanere ‘deluso’ perché non è questa l’impostazione del lungometraggio; se, però, adotterà uno sguardo aperto nell’approccio alla visione potrebbe rimanere stupito nel conoscere più l’uomo che non il campione che ha incassato successi su successi, ma anche infortuni e un rigore capaci di influire sul proprio corso. È proprio dalle cicatrici che si cresce e questa è una delle palle che viene rilanciata – fuor di retorica – a noi spettatori. «Partendo dagli esordi nelle fila del Lanerossi Vicenza e passando dal controverso calcio di rigore della Finale di Coppa del Mondo 1994 tra Italia-Brasile» (dalla sinossi), il film, per forza di cose (a partire dalla durata, oltre che dalle intenzioni di partenza), doveva optare per dei momenti piuttosto che per altri. «Abbiamo affrontato questa sfida con terrore: come puoi raccontare la vita del calciatore più amato d’Italia senza deludere qualcuno? Perché la storia di Roberto è custodita nel cuore di tutti gli italiani. In un primo momento abbiamo pensato di mettere tutto, tutta la vita, poi ci siamo resi conto di avere a disposizione 90 minuti, non una saga in sette stagioni. Quindi abbiamo scelto un tema: quello della battaglia tra l’eroe e il suo destino. Abbiamo selezionato tre momenti prendendoli come sineddoche della vita di Roby e su quelli abbiamo costruito la storia di un uomo che insegue un destino e non lo ottiene, ma nel non farlo compie veramente il suo destino ultimo, che è quello di diventare il calciatore italiano più amato di sempre», ha confessato la co-sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
Si comincia col difficile debutto come professionista dove subisce immediatamente un grave infortunio che gli costa ben 220 punti. L’interprete, Andrea Arcangeli, è molto credibile non solo nella somiglianza fisica, ma anche nell’incarnare il dolore, i momenti di sconforto così come quelli in cui l’uomo ritrova la forza per andare avanti. «Sono partito da cose tecniche, gli allenamenti, la parlata», ha raccontato in merito alla preparazione, aggiungendo «poi ho studiato tutto il materiale di repertorio. Poi ho capito che Roberto stesso era la chiave per interpretarlo: dentro di lui c’era un forte nucleo emotivo, è un uomo felice all’interno di se stesso, ha sempre una casa dove tornare. Ho letto e visto tutto quello che ho trovato, a volte mi sono addormentato con la sua voce nelle orecchie. A un certo punto c’è stata una frase che era esattamente quello di cui avevo bisogno per sapere come interpretarlo: “L’importante, alla fine, è sapere di aver fatto tutto quello che potevi fare”. Questo è l’obiettivo. All’inizio magari pensi che lo scopo sia vincere il mondiale o nel mio caso realizzare una grande interpretazione… In questo sono tranquillo. Tutto quello che potevo fare l’ho fatto e sono a posto con me stesso».
Una carriera lunga ben 22 anni, di cui emergono anche le incomprensioni con alcuni dei suoi allenatori e il rapporto con la sua famiglia – in particolar modo viene approfondito quello col padre (un ottimo Andrea Pennacchi). Una figura di rilievo, che gli è accanto silenziosamente e, parallelamente, incoraggiandolo nei momenti in cui è messo maggiormente a dura prova è la moglie Andreina (la brava Valentina Bellè). «Io e Andreina abbiamo dato supporto agli attori e alla regista durante le riprese, abbiamo raccontato loro la nostra vita, cercando di fare capire chi siamo e come abbiamo vissuto quegli anni. Poi però sono stati bravi loro a trasformare tutto questo in un film. So che non spetta a me giudicare Il Divin Codino, ma è un bel film, che racconta cose reali, non c’è nulla di inventato. Tutti quegli episodi sono successi davvero. Non c’è la Juventus? Ma è una scelta narrativa, io non dimentico la mia carriera e rispetto tutti i tifosi che mi hanno seguito e amato durante gli anni», ha spiegato con grande onestà il giocatore.

Il nodo centrale di quest’opera consiste proprio nell’attraversare la carriera di Baggio, soffermandosi su tre momenti professionali nello specifico (il passaggio dal Lanerossi Vicenza alla Fiorentina che segna l’esordio di Baggio in serie A; il famigerato Mondiale del ’94 e il glorioso tramonto nel Brescia con annessa delusione rispetto a una promessa ricevuta) e dando sempre più spazio all’uomo – in questo consiste la scelta degli sceneggiatori L. Rampoldi e Stefano Sardo e della regista Letizia Lamartire. Quest’ultima ha dichiarato: «Quando ci si approccia alla scrittura di un film calcistico bisogna tener conto di come oggi il pubblico conosca già tutto grazie ad internet. Quindi abbiamo deciso di raccontare qualcosa di diverso, di inedito. Abbiamo scelto di entrare nell’intimo di Roberto Baggio, cercando di cogliere la profondità delle emozioni provate nella vita dal campione». Visto il prodotto finale, ci sembra giusto e coerente rispettare questa decisione proprio perché i memorabili momenti in campo sono recuperabili, ma, in quanti, davvero conoscevamo alcune dinamiche familiari? In quanti possiamo affermare di sapere cosa significhi ‘sbagliare’ un rigore (nella finale contro il Brasile ai mondiali del ’94, nda) non solo ai fini del risultato di una partita, ma psicologico?
Il Divin Codino fa toccare con mano tutto questo, avvicina colui che per molti è stato ed è un mito, a tutti, pure a coloro che non seguono il calcio. In più, in generale, maggiormente di fronte ai biopic – e forse il rischio con quelli legati ai tifosi o ai fans è ancora più alto – in molti avranno la propria immagine del personaggio pubblico e, chissà, in questo caso, la locandina del calciatore nella propria stanza; sarebbe stata un’impresa accontentare tutti in soli 90’ (una durata, forse, non casuale se pensiamo al tempo canonico di una partita).

«Più di vent’anni in un pallone
più di vent’anni ad aspettare quel rigore
per poi scoprire che la vita
era tutta la partita
era nel raggio di sole
che incendiava i tuoi sogni di bambino
era nel vento che spostava il tuo codino
che a noi già quello sembrava un segno divino»
(dal brano composto appositamente da Diodato, “L’uomo dietro il campione”, che lo canta con trasporto).

Maria Lucia Tangorra

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