Bugie, ossessioni e segreti nell’adattamento da Colleen Hoover
Uno dei titoli più attesi nel panorama contemporaneo del thriller psicologico è Verity, diretto da Michael Showalter. Il film raccoglie l’eredità del fenomeno letterario di Colleen Hoover, per trasformarlo in un dramma patinato, torbido e idealmente vicino al cinema hitchcockiano e ai thriller erotici degli anni Navanta.
Lo stile nelle intenzioni vorrebbe rievocare film come Rebecca – la prima moglie poiché l’influenza di Hitchcock è fortissima, ma si spinge oltre riprendendo anche la dinamica del triangolo amoroso. Lowen Ashleigh (Dakota Johnson) è una scrittrice i cui libri vendono poco ed è anche al limite dell’esaurimento emotivo dopo la recente morte della madre. Improvvisamente le si presenta l’occasione per una svolta professionale decisiva: Jeremy Crawford (Josh Hartnett) le propone un ingaggio insperato, ovvero completare la serie bestseller firmata da sua moglie Verity Crawford (Anne Hathaway), celebre autrice e madre, rimasta invalida e muta a seguito di un tragico incidente stradale.
Per immergersi nel lavoro, Lowen si trasferisce nella maestosa, cupa e isolata residenza dei Crawford.
La dinamica del triangolo amoroso si avverte fin da subito, unita alla presenza di un manoscritto ambiguo che sembra confondere i confini tra finzione letteraria e realtà, riprendendo la struttura dei thriller erotici alla Paul Verhoeven come Basic Instinct. L’atmosfera gioca molto sul confine sottile tra seduzione, voyeurismo e pericolo.
L’enorme e tetra magione trasmette perfettamente una sensazione di minaccia: smette di essere un semplice sfondo e si trasforma nel vero fulcro dell’inquietudine e del sospetto. A tal proposito ritorna alla mente L’uomo nell’ombra di Roman Polanski, in cui un ghostwriter viene ingaggiato per ultimare le memorie dell’ex Primo Ministro britannico.
Entrambi i protagonisti condividono la sorte di essersi trasferiti in una dimora moderna ma isolata, fredda, alienante e lontana dal mondo esterno. Un’unica location che in Verity dovrebbe alimentare ansia e tensione, ma qualcosa non funziona. I luttuosi misteri che circondano la vita dei coniugi Crawford non riescono a dare il vigore necessario all’aura di ambiguità dei personaggi, la quale, unita ad una suspense purtroppo latente, avrebbe dovuto tenere incollati gli spettatori alla poltrona. Tra gli interpreti si distingue la sola Dakota Johnson grazie a una prova misurata, mentre Josh Hartnett e Anne Hathaway danno l’impressione di restare sullo sfondo in un thriller che non decolla mai davvero.
La regia di Michael Showalter è basilare e non sfrutta al massimo la cupezza della casa, prediligendo inquadrature scolastiche e movimenti di macchina pleonastici. La fotografia curata da Jim Frohna invece si distingue, giocando sapientemente sui toni freddi e desaturati del presente, in contrapposizione ai toni saturi ed estatici delle rievocazioni dei manoscritti. Come thriller psicologico sulla manipolazione, Verity aveva le carte in regola per essere un titolo interessante sul lato oscuro della maternità e dell’arte. Purtroppo resta sulla superficie patinata di una storia falcidiata da dialoghi prevedibili e pedanti spiegazioni che, se evitate, avrebbero conferito al film ben altra dignità.
Fabrizio Battisti









